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		<title>Il brusio dei ristoranti e il rumore che si avvicina. Reportage da Beirut</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 11:49:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di FRANCO BERARDI Nei ristoranti di Hamra il brusio non si attenua, ma il rumore della guerra si avvicina. Ieri sono scoppiati combattimenti nel nord del paese tra la comunità sunnita e quella alawita di un sobborgo di Tripoli. Anche a Beirut si nota un certo nervosismo. Carri armati all’imbocco delle strade principali del centro, militari e posti di blocco. All’ingresso del ristorante sono stato perquisito da guardie armate. Non mi era ancora successo. Martedì prossimo è l’anniversario dell’assassinio di Rafic Hariri da parte dei servizi segreti siriani. Massima allerta. Le linee di possibile precipitazione del conflitto si confondono. In Turchia la classe dirigente è spaccata verticalmente: il partito islamico neoliberista al potere è tentato...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di FRANCO BERARDI</p>
<p>Nei ristoranti di Hamra il brusio non si attenua, ma il rumore della guerra si avvicina. Ieri sono scoppiati combattimenti nel nord del paese tra la comunità sunnita e quella alawita di un sobborgo di Tripoli. Anche a Beirut si nota un certo nervosismo. Carri armati all’imbocco delle strade principali del centro, militari e posti di blocco.<span id="more-1371"></span></p>
<p>All’ingresso del ristorante sono stato perquisito da guardie armate. Non mi era ancora successo. Martedì prossimo è l’anniversario dell’assassinio di Rafic Hariri da parte dei servizi segreti siriani. Massima allerta. Le linee di possibile precipitazione del conflitto si confondono. In Turchia la classe dirigente è spaccata verticalmente: il partito islamico neoliberista al potere è tentato di intervenire a fianco della Free Sirian Army – la porzione dell’esercito siriano che si oppone con le armi al regime stimata intorno al dieci per cento della forza complessiva, pronta ad una prolungata guerra di guerriglia se qualcuno non assesta il colpo finale dall’esterno.</p>
<p>Ma l’esercito turco sta dalla parte del regime siriano. In Turchia governo ed esercito sono ai ferri corti su questo punto: intervenire in Siria contro Bashir oppure starsene a guardare appoggiando indirettamente il regime? Per Erdogan l’intervento sarebbe una carta straordinaria: risolverebbe un problema per americani ed europei, e diventerebbe definitivamente l’eroe del mondo arabo neoliberista-moderato. Ma non è detto che ce la farà, i militari sono indeboliti ma non al punto di poter fare una guerra senza il loro accordo. Seguiamo quello che accade in Turchia, anyway, perché da lì potrebbe venire una grossa sorpresa.</p>
<p>Una seconda linea di precipitazione è l’intervento israeliano contro l’Iran, che potrebbe scatenare un coinvolgimento militare di tutte le forze della regione.</p>
<p>Vado a pranzo con Wissam Saadi, giovane commentatore politico della televisione libanese, studioso di storia della civilizzazione islamica ma anche raffinato conoscitore del pensiero operaista e post-strutturalista.</p>
<p>Come va a finire in Siria? Chiedo a Wissam appena ci sediamo al tavolo del ristorante Marrouchi che fu un tempo il posto di ritrovo dell’intellettualità comunista cittadina e infatti adesso è completamente vuoto. Lo so che si tratta di una domanda cretina perché se lo sapessero non verrebbero a raccontarlo a me, ma è l’unico modo per costringere qualcuno a parlare di un argomento di cui si parla poco volentieri.</p>
<p>In tutti i caffè di Beirut si parla di quello che succede al Cairo perché si tratta di un argomento eccitante e l’Egitto è abbastanza lontano, mentre di Siria se ne parla poco, perché quello che accade in Siria fa paura. Wissam comincia parlandomi del rapporto tra Libano e Siria che non è certo stato interrotto dalla cacciata dell’esercito siriano. Il legame più profondo si trova a livello sociale: gli operai siriani sono la componente maggioritaria nel settore delle costruzioni, seconda fonte di reddito del paese dopo quello degli intercambi finanziari.</p>
<p>Poi mi parla del ruolo che il Partito social-nazionale siriano, nato negli anni trenta come diretta filiazione del partito di Hitler, ha sempre avuto e continua ad avere nella politica libanese. E’ il partito che controlla il sindacato delle costruzioni  e cui spetta quasi di diritto il ministero del lavoro. Mentre venivamo al ristorante siamo passati davanti alla sede di questo partito e Wassim mi ha fatto notare l’orribile bandiera (una svastica arrotondata nera su sfondo rosso) che sventola nel vento umido del pomeriggio.</p>
<p>Secondo Wissam Bashir resiste perché punta a islamizzare l’opposizione.  Chi potrà reggere organizzativamente una guerra civile, infatti, se non gli islamisti? E il tiranno punta a questo perché oggi i ribelli siriani che appaiono sui giornali occidentali hanno facce di studentesse e giovinetti sbarbati, mentre fra un po’ potrebbero esserci facce barbute e aggressive, e faranno paura, così gli americani smetteranno di fare il tifo per gli insorti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Già adesso gli americani non capiscono quasi niente di quello che accade, ma questa non è una novità. Paradossale è il fatto che l’opposizione anti-Bashir ha radici essenzialmente anti-americane, come tutto ciò che si esprime nella regione. E’ difficile da credere, per chi osserva dall’esterno, ma una delle accuse che vengono rivolte al regime di Bashir Hassad è quella di essere un servo degli americani. Il cantante Brahim Kashoush, che è stato sgozzato recentemente dai bashiristi cantava una canzone in cui insultava il dittatore con la cravatta per essere uno strumento dell’imperialismo americano. Uno dei temi su cui ho intervistato più intensamente il mio amico Wassim è naturalmente la funzione che i media hanno svolto e svolgono nella rivolta che si sta svolgendo.</p>
<p>Wassim, ha poco più di trent’anni, ma si sente piuttosto lontano dalle mode giovanili e dal culto occidentalista per le tecnologie digitali e la rete. Il ruolo di Internet a so parere è stato sopravvalutato. Se si crede alla favola secondo cui la rivoluzione araba è un effetto della diffusione di Internet non ci si spiega come mai la rivolta ha conquistato le campagne dove la diffusione della rete è quasi nulla, mentre non ha per il momento coinvolto le due grandi città che hanno certamente una maggiore densità di connessioni.</p>
<p>Nel caso dell’esplosione egiziana certamente i blog hanno giocato un ruolo significativo, ma l’effetto più importante l’hanno avuto le televisioni, in particolare Al Jazeera e Al Arabija. Condivido fino a un certo punto le considerazioni del mio amico Wassim. La funzione della rete a mio parere non è stata essenzialmente quella di veicolare contenuti politico o informativi, ma quella di diffondere uno stile di linguaggio, delle aspettative culturali, sessuali, di consumo, che hanno contribuito indirettamente all’esplosione politica e che stanno (mi sembra) riducendo il peso dell’islamismo sia religioso che militante sulla nuova generazione.</p>
<p>Al tempo stesso riconosco che per quanto riguarda la trasmissione di contenuti direttamente politici nei paesi islamici la rete funziona più o meno come negli Stati Uniti d’America: come un fattore di rincoglionimento dogmatico e settario. Contrariamente all’idea (che sostenevo venti anni fa quando nessuno ancora sapeva cosa fosse Internet) secondo cui la rete è destinata a rompere ogni forma di dogmatismo e di appartenenza, Internet sta funzionando esattamente come un sistema di perfetta reclusione dogmatica e settaria.</p>
<p>Il fenomeno di imbecillità aggressiva di massa che va sotto il nome di Tea Party nasce anche dal fatto che Internet è rigorosamente settato sul sito della tua setta (spero vi piaccia l’allitterazione). Lo stesso accade nei paesi arabi dove Internet dà vita a un fenomeno che si potrebbe definire ciberclanismo (l’espressione è di Wassim).  Ciascun clan ha il suo sito e chi fa parte del clan accende il computer come se entrasse in una chiesa, o nello spazio reclusivo del clan.</p>
<p>Cerco di capire qualcosa di più sul ruolo delle televisioni e sulla composizione sociale, culturale, etnica, dei professionisti della comunicazione. Secondo Wassimo (che in questo campo ha esperienza diretta) Al Jazeera rappresenta la classe media scolarizzata soprattutto sunnita. Rari gli sciiti, pochi i cristiani. Le donne non sono poche e all’inizio non portavano il velo. Poi c’è stata una polemica su questo punto e adesso buona parte delle corrispondenti di Al Jazeera sono velate.</p>
<p>I regimi autoritari, anzitutto quello di Moubarak, hanno favorito l’emergere di predicatori televisivi islamisti non salafiti per fronteggiare la crescita dell’islamismo radicale. Barbuti più coglioni e aggressivi ancora dei salafiti sono serviti per contenere l’opposizione contro il regime. Poi è successo quello che è successo, e gli islamisti televisivi pro-Moubarak come Amr Haled sono passati dalla parte della rivoluzione. Naturalmente continuano a fare il loro sporco mestiere di predicatori della violenza dogmatica, ma si sono convertiti al neoliberismo, e fingono di appoggiare la rivoluzione anti-moubarakista però ne criticano gli estremismi che potrebbero danneggiare l’economia.</p>
<p>Appena rientrato da Davos – dove naturalmente è stato ricevuto da quel fior di rivoluzionari che sono i rappresentanti politici ed economici della dittatura finanziaria mondiale, Amr Haled è andato a blaterare in una televisione per informare gli egiziani delle sue scoperte. I grandi del mondo, ha riferito, sono d’accordo con la rivoluzione egiziana perché ci ha liberato di un tiranno (che fino a un anno fa pagava a lui lo stipendio ed era riverito dai grandi democratici che si riuniscono a Davos) portandoci così la democrazia. Ma i saggi consulenti delle agenzie finanziarie del mondo riuniti a Davos criticano l’estremismo che sta danneggiando l’economia.</p>
<p>Per un dogmatico seguace di Allah non è difficile intendersela a perfezione con i dogmatici adoratori del saggio d’interesse.</p>
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		<title>Il diciotto invernale di Giorgio Napolitano e Mario Monti</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 08:39:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di GIANNI GIOVANNELLI Il numero diciotto compare ormai in ogni editoriale, caratterizza le tavole rotonde, sta al centro delle polemiche. Ci raccontano (naturalmente mentendo) che senza mettere mani al testo dell’articolo la nostra povera Italia finirà nel baratro, che solo cancellando il dannatissimo diciotto potremo salvare le generazioni future. Diciotto, diciotto… Come per un riflesso condizionato la mente corre al celebre passo che apre Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte. E’ spesso mal citato dai pennivendoli del regime; meno noto, e assai curioso, è che il saggio di Marx apparve per la prima volta a stampa nella primavera del 1852, non in Europa ma a New York, edito da Joseph Weydemeyer, comandante militare di un...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di GIANNI GIOVANNELLI</p>
<p>Il numero <em>diciotto </em>compare ormai in ogni editoriale, caratterizza le tavole rotonde, sta al centro delle polemiche. Ci raccontano (naturalmente mentendo) che senza mettere mani al testo dell’articolo la nostra povera Italia finirà nel baratro, che solo cancellando il dannatissimo <em>diciotto </em>potremo salvare le generazioni future.<span id="more-1369"></span> Diciotto, diciotto… Come per un riflesso condizionato la mente corre al celebre passo che apre <em>Il diciotto brumaio di Luigi Bonaparte. </em>E’ spesso mal citato dai pennivendoli del regime; meno noto, e assai curioso, è che il saggio di Marx apparve per la prima volta a stampa nella primavera del 1852, non in Europa ma a New York, edito da Joseph Weydemeyer, comandante militare di un distretto durante la guerra civile americana. Eravamo a pochi passi dalla piazza <em>Occupy Wall Street.</em></p>
<p>Nel tempo del governo tecnico (o, meglio, del governo unico) due figure di modesto rilievo, quali sono Monti e Napoletano, vengono dipinti e descritti come giganti del pensiero contemporaneo; non ci stupisce: <em>Hegel osserva in un punto delle sue opere che tutti i grandi fatti della storia del mondo ed i loro personaggi compaiono per così dire a due riprese. Egli ha dimenticato di aggiungere. La prima volta in tragedia, la seconda in farsa.</em></p>
<p>Un vecchio stalinista ormai ottuagenario ha nominato un cattolico (più reazionario che conservatore) al vertice dell’esecutivo con il dichiarato scopo di curare l’economia italiana, e lo ha scelto perché indicato dalle strutture del capitalismo finanziarizzato, ovvero dai responsabili della crisi. Non è una farsa? Del resto il creatore dei famigerati CPT per il concentramento dei migranti in cerca di lavoro chi poteva scegliere come <em>dittatore </em>non eletto se non il dirigente della Trilaterale? Una volpe come Berlusconi, passata la rabbia del primo istante, ci ha messo ben poco a comprendere che questa poteva essere, anche per lui, la soluzione. Napolitano aveva già nominato (per <em>normalizzarla </em>e piegarla alla ragion di stato globale finanziario) Paolo Grossi e Marta Cartabia membri della Corte Costituzionale, spostando l’equilibrio verso la destra autoritaria ed inaugurando la stagione autoritaria. Paolo Grossi era un Giudice del Tribunale Ecclesiastico toscano; Marta Cartabia ha dato il meglio nei saggi (ricordano il miglior Monaldo Leopardi) dedicati al caso Englaro (19.1.2009) ed alla legge che consentiva i matrimoni gay oltreoceano (28.6.2011). La nuova Corte si è subito posta al centro dello spettacolo, prima dichiarando legittima la norma retroattiva soprannominata (non a caso) <em>ammazzaprecari</em>; poi ha calpestato i referendum per ridimensionare l’opposizione. Non c’è due senza tre: è arrivata la nomina di Monti, a senatore prima, a capo dell’esecutivo subito dopo.</p>
<p>La scelta dell’imprenditoria italiana, nei momenti di crisi, è sempre quella di reprimere; la prepotenza e il nazionalismo vengono ben miscelati in salsa clericale. La socialdemocrazia massimalista e imbelle si presta costantemente al ruolo di <em>spalla. </em>Tornano dunque alla mente i cedimenti della borghesia liberale davanti al nascente fascismo o, magari, il patto fra Molotov e Von Ribbentrop; sono scelte di potere che hanno lo scopo di piegare le lotte di emancipazione e i percorsi di liberazione, sono l’opzione autoritaria per accollare al precariato e alle moltitudini i costi della crisi permanente generata dall’affermarsi del capitalismo finanziario. Il <em>governo tecnico</em>, che va assumendo l’abito del <em>governo unico</em>, ha preso in mano la situazione e brucia le tappe della normalizzazione. La campagna per la soppressione delle garanzie dell’articolo 18 dello Statuto è semplicemente lo stendardo che accompagna l’avvento del nuovo dispotismo occidentale; non è un piccolo incidente di percorso, ma la realizzazione di un disegno politico per il medio periodo. E per affermarsi questo disegno cerca un simbolo nell’eliminazione delle tutele residue nella schiera considerata ancora troppo ampia dei cosiddetti <em>garantiti</em>.</p>
<p>Joachin von Ribbentrop (nazista, giustiziato nel 1946 dagli alleati) e Vjaceslav Skrjabin (morto nel 1986, amico di Napolitano, nome di battaglia Molotov, ma le bottiglie si chiamano così perché le tiravano contro di lui!) siglarono il 23 agosto 1939 il patto di non aggressione fra Stalin e Hitler. Il Corriere della Sera spiegò ai lettori che si trattava di cosa buona e giusta, e lo stesso fece la Pravda; una lunga serie di menzogne, naturalmente oggettive, furono scritte a commento, per ottenere il consenso alla guerra di occupazione contro Albania, Grecia, Slovenia. Era la tragedia.</p>
<p>Il <em>diciotto invernale</em> di Monti e Napoletano è invece la farsa, ma di nuovo il Corriere della Sera non esita a svolgere il proprio ruolo, più che centenario, a costante sostegno dell’apparato di potere, della prepotenza autoritaria. I manifestanti della Val di Susa debbono rimanere in carcere, perché anarchici, nemici violenti del progresso; la liberalizzazione dei licenziamenti viene invece presentata come una meravigliosa invenzione capace di produrre lavoro e ricchezza. Ripetere ossessivamente una menzogna, spiegava Goebbels, la trasforma in verità. Nella pagina 6 del <em>Corriere della sera</em>, in data 12 febbraio 2012, la tavola riassuntiva (che si pretende oggettiva, reale) paragona Spagna e Italia e propone come vere, in poche righe, due incredibili fandonie (consapevolmente) per orientare l’opinione dei lettori. Leggiamo: <em>il licenziamento per motivi economici è consentito solo a livello collettivo attraverso accordi con i sindacati. </em>Falso doppio! Il licenziamento per motivi economici è già consentito individualmente (si chiama <em>giustificato motivo oggettivo)</em> e la Corte di cassazione per lo più lo conferma valido; e il licenziamento collettivo è consentito anche senza l’accordo del sindacato (basta all’impresa allegare un <em>mancato accordo</em>, ovvero rompere la trattativa). Infatti stanno licenziando, in questi giorni, a man bassa! E mentre licenziano come mai in passato questi filistei piangono sostenendo che ciò sarebbe loro proibito ed impedito da leggi che non esistono! In realtà mirano a buttare in mezzo alla strada i più deboli, quelli con la schiena distrutta dal lavoro degli anni passati, i lavoratori con le crisi di panico e con la depressione generata dai loro cicli produttivi intollerabili, gli operai segnati dalla sequela di infortuni impuniti, i vecchi indeboliti e stanchi cui il funzionario di banca Fornero (con lacrime piemontesi: <em>false e cortesi</em> secondo il proverbio) ha negato l’accesso al trattamento pensionistico. Li hanno spremuti ed ora li vogliono cacciare da ogni accesso al reddito: se ne occupino le loro famiglie o crepino in qualche modo (possibilmente in fretta, il maltempo aiuta).</p>
<p>Joseph Goebbels, ricordavamo prima, dirigeva la propaganda hitleriana. Questi bugiardi professionisti hanno fatto tesoro della lezione impartita dal ministro nazista: <em>la politica delle notizie è un’arma di guerra. Serve a fare la guerra non a diffondere informazioni. </em>E ancora: <em>la nostra propaganda è elementare perché il popolo pensa in modo elementare. Noi parliamo la lingua che il popolo capisce</em>. La menzogna del Corriere si salda con le menzogne del governo, della televisione, dell’apparato mediatico, dei circuiti di formazione del consenso (parrocchie, sedi politiche, strutture scolastiche, covi di mafia e camorra, famiglia); il <em>pensiero unico</em> pone in modo martellante lo stesso tema, come viatico necessario per salvare l’Italia. Bisogna eliminare il posto fisso, bisogna poter licenziare, perché più si licenzia e più si assume. La tutela in tema di licenziamenti è la causa principale della disoccupazione, della crisi e della miseria. Questa è l’ideologia del regime, un po’ la stessa che aveva prodotto le leggi razziali (è solo cambiato il nemico). Chi si oppone è un nemico della nazione!</p>
<p>In realtà ciò che il governo unico-tecnico vuole introdurre con il suo <em>diciotto invernale</em> non è la possibilità (che già esiste) di licenziare in caso di esubero reale, di fronte cioè ad una ragione comunque logica o giustificata; il traguardo è la possibilità di licenziare <em>senza ragione</em>! Questa è l’idea forza che si vuole imporre: non solo come disciplina giuridica introdotta nel corpo delle leggi, ma come filosofia dell’esistenza, come etica del comando. E’ la legittimazione del processo di precarizzazione in via di completamento, ma in gran parte già attuato.</p>
<p>Il Presidente Napoletano ci ha avvisato tutti (italiani e stranieri, precari e reclusi nei CPT), con quella squisita gentilezza tipica del funzionario formatosi nelle strutture di partito filo-staliniano (e al tempo stesso con la prepotente arroganza che l’accompagna): <em>l’Italia non è la Grecia…noi siamo convinti che non ci siano alternative ai sacrifici…confido che questa discussione tra esecutivo e sindacati che qualcuno chiama trattativa si concluderà con un accordo…con la speranza che possa non esserci una protesta perché le proteste che escono dal solco della legalità non possono essere tollerate. </em>Come nella Carta del Lavoro fascista la lotta di classe viene esorcizzata l punto di negare perfino la possibilità (liberale) di una <em>trattativa </em>(la trattativa presuppone il conflitto, mentre il governo unico prevede solo la nazione), confinando il <em>qualcuno </em>riottoso ai margini e anticipando la conclusione.</p>
<p>In poche righe ritroviamo l’essenza dell’ideologia oggi al governo. Il dottor Giorgio Napoletano, nato nel 1925, collaborava, durante l’università (1943) al periodico fascista del GUF napoletano, <em>IX maggio</em>, quale critico teatrale. Niente di drammatico, era giovanissimo e gli va dato atto, lealmente, di aver cambiato subito idea. Ma lasciar credere nelle biografie ufficiali che il GUF (ovvero la sede in cui si sviluppava la cosiddetta <em>mistica fascista</em>) fosse un centro di resistenza al regime mussoliniano ci pare un po’ troppo, è il segno di come l’attuale apparato di comando concepisce l’informazione. Falsificano ormai per abitudine, anche quando non è necessario. E’ lo stesso Napolitano che  nel 1956 (ormai nella mezza età) ci spiegava con la medesima <em>orgogliosa sicurezza</em> di oggi: <em>l’intervento sovietico non ha solo impedito che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione ma ha contribuito alla pace nel mondo. </em>Nientemeno! Supponiamo che il Presidente intenda riservare ai manifestanti greci che si ribellano al potere finanziario con meraviglioso coraggio (un coraggio che, senza timore di apparire retorici, ci apre alla speranza) lo stesso trattamento che insieme ai suoi alleati aveva riservato agli operai magiari insorti, ancora una volta, naturalmente, per contribuire alla pace nel mondo.</p>
<p>Intanto il professor Monti, trotterellando per i paesi occidentali, non esita a dichiarare che <em>comunque </em>i licenziamenti saranno liberalizzati in Italia; e che lo saranno con o senza il consenso delle organizzazioni sindacali, in tempi brevi, con il metodo <em>autoritario </em>della legge delega.</p>
<p>Come funziona? Semplice: il parlamento (compreso il Partito Democratico, che scalpita in questo senso) voterà una legge quadro, volutamente e ipocritamente generica, per la riforma del mercato del lavoro; il governo tecnico (senza il voto parlamentare) porterà al Presidente Napolitano (già con la penna in mano per firmare) una serie di decreti legislativi, immediatamente vincolanti, tutti repressivi, cancellando le tutele dello Statuto dei lavoratori; i parlamentari fingeranno di stupirsi con qualche sporadica indignazione, a macchia di leopardo; professori e giornalisti spiegheranno che non c’era scelta; i sindacalisti daranno prova di responsabilità. Così pensano di rimuovere i diritti ed aggredire i deboli, senza turbare le coscienze (basta poco a placare una coscienza disponibile!).</p>
<p>Il governo unico autoritario archivia il berlusconismo populistico, ma non è neppure la riedizione del reaganismo americano; del fascismo accetta il corporativismo e il mito dell’economia nazionale, ma solo per piegarlo alle necessità dell’economia globale finanziaria. Lo schema autoritario prevede di legare al solo esecutivo anche il potere giudiziario e quello legislativo; tralasciando qualunque attacco alle piaghe antiche (il nepotismo e la corruzione non sono oggetto di attacco e neppure si proclama la guerra alle cosche) per non indebolire l’azione repressiva. La precarizzazione dell’esistenza è lo strumento con il quale il governo del diciotto di Monti-Napolitano intendono esercitare il controllo sociale, mentre il fine è quello di accollare il costo intero del debito sulle spalle dei ceti deboli, depredandoli del <em>comune</em>. Vanno fermati!</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Un rifiuto assoluto? Note sulla manifestazione del 12 febbraio ad Atene</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 13:13:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[→ English di PAVLOS HATZOPOULOS, ILIAS MARMARAS e DIMITRIS PARSANOGLOU  1. La manifestazione del 12 febbraio ad Atene ha rafforzato ciò che è divenuto sempre più chiaro nelle scorse settimane: una crescente maggioranza del popolo greco sostiene il rifiuto, netto, del secondo memorandum. Nonostante la paura diffusa a pieni mani dalle forze a favore del memorandum sul fatto che un voto parlamentare negativo comporterebbe un’immediata uscita dall’euro e la conseguente “africanizzazione” della Grecia, il sostegno popolare ai nuovi prestiti di Ue, Bce e Fmi e alle connesse misure di austerity sta diminuendo in modo significativo. Il dibattito politico ufficiale è sempre più basato sulla politica della paura: l’argomentazioni principale del governo e dei media mainstream consiste...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">→ <a href="http://uninomade.org/an-absolute-refusal-notes-on-the-12-february-demonstration-in-athens/">English</a></p>
<p>di PAVLOS HATZOPOULOS, ILIAS MARMARAS e DIMITRIS PARSANOGLOU<br />
<strong> </strong>1. La manifestazione del 12 febbraio ad Atene ha rafforzato ciò che è divenuto sempre più chiaro nelle scorse settimane: una crescente maggioranza del popolo greco sostiene il rifiuto, netto, del secondo memorandum.<span id="more-1352"></span> Nonostante la paura diffusa a pieni mani dalle forze a favore del memorandum sul fatto che un voto parlamentare negativo comporterebbe un’immediata uscita dall’euro e la conseguente “africanizzazione” della Grecia, il sostegno popolare ai nuovi prestiti di Ue, Bce e Fmi e alle connesse misure di austerity sta diminuendo in modo significativo. Il dibattito politico ufficiale è sempre più basato sulla politica della paura: l’argomentazioni principale del governo e dei media mainstream consiste da un lato nella nuda minaccia di cosa significherebbe una disordinata bancarotta greca – invocando spesso le similitudini con la situazione della Grecia durante l’occupazione delle truppe tedesche e italiane nella seconda guerra mondiale – con la mancanza di cibo, medicine e servizi come gas, riscaldamento ed elettricità; dall’altro lato, perfino i media mainstream non possono che essere critici, per una qualsiasi forma di legittimità, quando si trovano a diretto contatto con la maggior parte degli smantellamenti di forniture previsti dal secondo memorandum, come l’automatica diminuzione del 22% dei salari minimi, del contenuto e dello scopo della contrattazione collettiva e così via, insistendo comunque “nell’analisi finale” sul fatto che il dilemma posto lascia una sola scelta.</p>
<p>Nelle attuali condizioni, il crescente impoverimento di un’ampia parte della popolazione e il collasso delle strutture del welfare-state rendono questa linea argomentativa sempre meno efficace. Nell’esperienza quotidiana della maggior parte della popolazione lo spettro della destituzione e distruzione dei servizi pubblici universali è vissuta come risultato diretto delle politiche di austerity. Il rifiuto massificato del secondo memorandum tende così a divenire assoluto: assume forza al di là e oltre ogni tipo di razionalizzazione delle future politiche ufficiali e degli appelli a nuovi inizi articolati dal governo e dagli interessi finanziari. Nell’arrivo del periodo critico, l’apertura della sfera politica è legata alle lotte sulle forme che può assumere questo rifiuto assoluto e su che tipo di azioni politiche possono essere costruite attorno ad esso.</p>
<p>La composizione sociale del rifiuto assoluto di massa del secondo memorandum taglia le divisioni sociali e le categorizzazioni esistenti, riflettendo il suo carattere informale e fluido. Le manifestazioni in Grecia includono sempre più soggetti con retroterra sociali variegati, diverse aspirazioni politiche e differenti desideri per un futuro che, per i più, non è rappresentabile. Al di là dei risultati materiali che i successivi piani di austerity producono, in particolare il violento declassamento di larghe parte del ceto medio, è una battaglia contro l’ingiustizia che sta coinvolgendo l’intera società indipendentemente dalle precedenti affiliazioni politiche. Oltretutto, le manifestazioni in Grecia sembrano crescere sempre più precisamente quando sono meno organizzate e non sono convocate da organizzazioni politiche ufficiali. Dal 10 al 12 febbraio è stata convocata una tre giorni di azioni contro il voto parlamentare del secondo memorandum: durante i primi due giorni, coincidenti con uno sciopero di 48 ore sostenuto da tutti i sindacati, l’affluenza è stata inaspettatamente bassa, i cortei hanno seguito la solita tattica della marcia verso il parlamento, in gran parte raggruppandosi in spezzoni politici, e sono finiti relativamente in fretta. Domenica 12 febbraio, senza sciopero, senza una precisa convocazione formale e senza alcun percorso previsto, la partecipazione è diventata enorme. Ognuno sapeva già che dal pomeriggio in avanti le persone sarebbero andate a piazza Syntagma, fuori dal Parlamento. La maggior parte dei manifestanti è arrivata da diverse parti della città unendosi ai cortei con piccoli gruppi di amici o con persone casualmente incontrate sulla strada per Syntagma, con associazioni di quartiere, o con le assemblee di quartiere che si sono formate in tutta la Grecia negli scorsi sei mesi. Non c’era un punto di partenza della “manifestazione”, ma solo una meta. Le persone hanno provato a raggiungere Syntagma molte ore dopo il supposto inizio della manifestazione, la maggior parte a intermittenza lasciava le aree infestate dai lacrimogeni per riprendere fiato e per poi ritornavi poco dopo. Perfino alcuni gruppi politici che hanno cercato di formare dei blocchi di manifestanti vicino al parlamento si sono sciolti dopo le prime ondate di lacrimogeni sparate dalla polizia a partire dalle 5 del pomeriggio.</p>
<p>Il solo gruppo politico che ha mantenuto un carattere coeso e la propria tattica nel corso del 12 febbraio è stato il Partito comunista greco (Kke), i cui attivisti sono rimasti in larga parte al di fuori dello scopo geografico della manifestazione, nelle periferie del centro di Atene, provando a evitare ogni tipo di commistione con il resto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2. Le tattiche della polizia nella manifestazione del 12 febbraio sono state in primo luogo volte a mutilare l’immagine “mediamatica” dell’unificato rifiuto di massa del secondo memorandum, sgomberando la piazza “con ogni mezzo necessario”. É stato come se l’intera repressione della manifestazione si dispiegasse nell’interruzione di una rappresentazione visiva panoramica della massa dei manifestanti e, ovviamente, nell’evitare tutti gli eventuali punti deboli che avrebbero potuto ostacolare la procedura parlamentare. Perciò, la principale preoccupazione della polizia greca è stata quella di impedire che i manifestanti si riunissero in un corpo unificato, gasando massicciamente tutte le aree intorno a piazza Syntagma, addirittura prima dell’inizio della protesta. Come risultato di questa tattica, un’ampia – probabilmente la più ampia – parte dei manifestanti non è mai riuscita a raggiungere piazza Syntagma e ha girato per le vie laterali, impegnandosi in battaglie di strada contro la polizia o cercando di evitarle. La prevenzione dell’emergenza di un’immagine “mediamatica” centralizzata di raffigurazione del rifiuto di massa del secondo memorandum è stata quasi celebrata dai media mainstream e dal governo esattamente perché ha permesso di evitare di rappresentare visivamente, dedicarsi o rispondere al carattere di massa della manifestazione. Allo stesso tempo, comunque, ha espresso la loro apprensione: la consapevolezza che la loro solita reazione a questo tipo di condizioni politiche sta diventando inefficace, che non possono più appellarsi a una supposta maggioranza silenziosa che li sostiene e così via.</p>
<p>Anche la rivolta diffusa nella notte del 12 febbraio è stata un risultato della tattica della polizia, ovvero delle difficoltà a cui le forze di polizia si sono trovate di fronte nel disperdere i manifestanti il più lontano possibile da piazza Syntagma, mentre il loro desiderio principale era di ritornare lì ogni volta che venivano respinti. Il 12 febbraio la dispersione della rivolta nel centro di Atene è anche connessa alla radicalizzazione dei più ampi gruppi di manifestanti e all’inattesa partecipazione di determinati gruppi sociali che hanno esperienza di battaglie di strada contro la polizia. In un evento senza precedenti, ad esempio, il principale gruppo ultrà in Grecia, insieme a giovani di altri gruppi, hanno partecipato alle manifestazioni in modo unitario, mettendo da parte le differenti appartenenze.</p>
<p>3. Attraverso il rifiuto assoluto del secondo memorandum, sta emergendo una situazione impossibile per la politica parlamentare greca, in particolare per la politica governativa. La soluzione politica ufficiale è che le elezioni parlamentari non possono essere facilmente perseguite dalla coalizione di governo, anche se il partner conservatore della coalizione (Nea Dimokratia) insiste nel chiedere elezioni appena lo “stato di emergenza” sia stato superato. Questo perché il risultato delle elezioni renderà loro probabilmente impossibile mettere in piedi un governo a favore del memorandum, a prescindere dal tipo di sistema elettorale che verrà scelto. In questo modo, il movimento del rifiuto assoluto tenderà a spingere la politica ufficiale greca a, o perfino oltre, i suoi limiti.</p>
<p>Il movimento di rifiuto assoluto sta emergendo dalle circostanze materiali eccezionali di contagio della crisi e della catastrofe. Ma per la politica parlamentare il più spaventoso fattore di sviluppo che affiora come un mostro muto, perciò imprevedibile, è che la catastrofe può essere perseguita, prodotta e imposta da una furia moltitudinaria che sente di non aver nulla da perdere se non la gioia della distruzione. Sebbene le similitudini e le connessioni con la rivolta del dicembre 2008 possano sembrano evidenti, non c’è nessun processo lineare o evolutivo che leghi i due movimenti, se non l’esperienza cumulativa che ha fatto muovere tutti un passo in avanti nella radicalizzazione del pensiero e della pratica. É vero che questa crescente radicalizzazione di sempre più ampi segmenti della società greca non ha prodotto nei tre anni trascorsi permanenti strutture democratiche per organizzare o per articolare le lotte politiche. Il punto politico critico, comunque, non è necessariamente la creazione di queste strutture nel contesto greco, ma come trasporle immediatamente nell’appropriato ambito europeo, pensando come diffondere contagiosamente il movimento da un paese all’altro, da un contesto urbano a un altro. In altre parole, come internazionalizzare questo rifiuto assoluto in un continente che già vive il suo futuro attraverso le lenti di un pugno di animali da laboratorio.</p>
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		<title>I luoghi della lotta di classe: per fare conricerca</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 07:35:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gigi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di COLLETTIVO UNINOMADE</p>
<p>1) In un recente intervento su “il manifesto” Mario Tronti riconosceva all’esecutivo Monti il “merito” di “<em>riaprire la questione sociale</em>”. A differenza del precedente, questo governo “pratica l’obiettivo” in una cristallina logica di classe, guadagnando il plauso di <em>stakeholder</em> per niente occulti e di chi, accecato dai fin troppo esibiti curricula di ministre e ministri, tralascia di valutare il segno delle riforme adottate e in cantiere.<span id="more-1350"></span> Se il lascito della lunga fase di destrutturazione del “capitalismo organizzato”, apertasi negli anni ’70 del secolo scorso, è l’immane redistribuzione di ricchezza e potere dai subalterni alle classi dominanti, la continuità del governo Monti con le dottrine e le pratiche neoliberali degli ultimi trent’anni sono alla luce del sole. Il salto di qualità nell’attacco sferrato al salario differito (pensioni) e a quello socializzato nel welfare e nei servizi collettivi (bersaglio dell’austerity istituzionalizzata nella stabilità finanziaria delle amministrazioni), si salda senza soluzione di continuità con la “modernizzazione” del mercato del lavoro. Che a scanso di equivoci, c’informano, vale duecento punti di spread, assunto esplicativo delle sinergie tra finanza e mitologica “economia reale” (il cambiamento delle regole su licenziamenti e contrattazione collettiva, prima che prescrizione dei mercati, è un claim di Confindustria). Alla ristrutturazione e aggiustamento delle norme regolanti i rapporti di produzione occorrerà dedicare analisi meno episodiche, in grado di esplicitarne disegno ed effetti materiali. Basti qui evidenziare che, lungi dal distinguersi per innovazione, l’esecutivo interpreta alla lettera prescrizioni da tempo diffuse dai think tank neoliberali e filoaziendali.</p>
<p>É qui e ora, dunque, che occorre riaprire il cantiere della ricerca militante sul capitalismo e sulle soggettività del conflitto. Nel capitalismo cognitivo, finanziario e globale, il conflitto si dà nell’eterogeneo campo dell’espropriazione del <em>comune</em>, sul territorio prima che nelle imprese. E tuttavia, sono anche i limiti incontrati dalle lotte del 2011 (in termini di forza vulnerante) a porre all’ordine del giorno un surplus di conoscenza “situata” sui modi in cui si realizzano, e di come cambiano nella crisi, produzione e cattura della ricchezza sociale, e per converso dei possibili punti di rottura dei dispositivi di espropriazione. Detto altrimenti, l’analisi di come “lavora il capitale” e di come si lavora contro di esso, a partire dai bacini che condensano e raccolgono il valore (le imprese).</p>
<p>Il discorso sull’impresa, per la sinistra politica e per il sindacato, appare attestato da una parte sulla critica degli eccessi della finanza contro l’economia reale, e dall’altra sul venire meno dei patti neocorporativi degli anni ’70 e della concertazione degli anni ’90. Specularmente, sul versante del lavoro, il discorso oscilla tra l’acritica “difesa dell’occupazione” e la richiesta di una diversa regolazione della flessibilità, che mitighi l’impatto degli impieghi a termine (con questo, va da sé, non intendiamo sminuire la resistenza Fiom nelle industrie metalmeccaniche). Ora, è innegabile che il ricatto dell’exit della produzione diretta e quello della precarietà siano aspetti cruciali per attrezzare un campo in cui il “lavoro” sia costretto a inseguire il “capitale”. Questa visione, oltre che politicamente ridotta al richiamo morale a inesistenti forze progressive, appare tuttavia interna al paradigma, irrimediabilmente in crisi ma del quale si auspica nondimeno il ripristino, basato sul nesso tra profitti e produzione di ricchezza sociale che sottostava al capitalismo industriale. E che è stato destrutturato dalle rivolte operaie, dalle donne e dalle nuove generazioni non più disposte a subire la divisione sociale e di genere del lavoro che sorreggeva il fordismo.</p>
<p>É intuitivo, con queste premesse, comprendere perché in questi anni sia stato e sia tuttora necessario calcare l’attenzione sulle nuove coordinate metropolitane del conflitto del lavoro cognitivo e sulla strutturale eccedenza della produzione rispetto ai suoi tradizionali luoghi di organizzazione. Non si è trattato di negare la permanenza di forme niente affatto innovative di sfruttamento (anche del lavoro intellettuale), né di stilizzare una schematica distinzione tra lavoro industriale e postfordista. Si è trattato piuttosto di porre al centro del discorso non la subordinazione ma la <em>potenza</em> del lavoro vivo cooperante nel nuovo capitalismo, dentro e fuori l’impresa. Una potenza che risiede nella rilevanza assunta, nell’accumulazione cognitiva, dalle qualità inalienabili del lavoro (il sapere, l’esperienza, le abilità, l’affettività, la capacità di cooperare, comunicare, immaginare). Nel capitalismo contemporaneo convivono e si alimentano reciprocamente, sebbene non senza “conflitti interni”, forme di accumulazione finanziaria, cognitiva e industriale (e finanche proto-industriale) che sono da indagare nella loro compresenza, ma anche nella loro articolazione gerarchica. Enunciare la compresenza senza cogliere relazioni di potere, implica infatti la rinuncia a individuare punti di crisi e centri di comando, tutt’altro che diluiti in un capitalismo liquido e orizzontale.</p>
<p>Da qui l’attualità dell’inchiesta sulle forme della produzione/valorizzazione e sulla soggettività del lavoro vivo. Per noi l’impresa non può essere pensata come baluardo contro la finanziarizzazione dell’economia, né d’altra parte esclusivamente come forma convenzionale del comando sul lavoro. L’impresa, nel nuovo capitalismo, è anzitutto una forma di <em>generazione</em> e di <em>corruzione</em> del <em>comune</em>, per citare <em>Commonwealth</em>. Il punto ci sembra importante: per molte persone le imprese sono i soli luoghi ove cooperare con altri e partecipare a progetti collettivi, sfuggendo dall’isolamento. Più precisamente, “<em>gli unici spazi che permettono un accesso, ancorché distorto, al comune</em>”.</p>
<p>2) Ma cosa sono oggi le imprese reali? Oltrepassate da una nuova economia del tempo (che abolisce le frontiere tra vita e lavoro) e dello spazio (con la messa in produzione della metropoli e dei territori), dal confondersi di profitto e rendita, come dalla proliferazione delle lotte nell’esaurimento politico del nesso fabbrica-società, l’impresa sembra dissolversi sia come principale sede produttiva di valore sia come luogo del conflitto. Ciò, tuttavia, non significa cedere a un pensiero dell’indistinzione. La “fabbrica metropolitana” del capitalismo finanziario, cognitivo e globale è anzitutto da indagare nella sua materialità: non va immaginata come una superficie liscia senza grumi che sussume la cooperazione sociale e senza attori che “passano all’incasso” tirandone le fila, grazie al presidio del canale finanziario, del <em>brand</em> e delle reti commerciali. Questi grumi vanno individuati e indagati, alla ricerca dei punti di crisi e rottura. É anche a questo livello, peraltro, che si pone la prospettiva dello <em>sciopero precario</em>.</p>
<p>Si badi: non si tratta di restaurare la gerarchia tra fabbrica e società, tra confini che sono stati ecceduti e destrutturati dalle lotte operaie e proletarie degli anni Sessanta e Settanta, dall’emergere di una nuova composizione di classe che assume l’eterogeneità e le differenze come tratto costitutivo e irriducibile. Ma dal momento in cui, per rispondere a quelle lotte, la società si è fatta impresa, al suo interno si ridisegnano gli spazi, anche flessibili o temporanei, della produzione e cattura del valore, i suoi differenti gradi di intensità. Non è, <em>repetita iuvant</em>, il centro di una mitologica “economia reale”: al contrario, nei pervasivi flussi della finanziarizzazione reale, il punto è che l’impresa è un bacino attraverso cui si raccoglie e condensa il valore. Ed è, per converso, un potenziale punto di applicazione della forza per rovesciare il processo. Al di là di contraddizioni e ambiguità che richiedono ben altro spazio di approfondimento, ci sembra che le recenti lotte – dai “forconi” agli autotrasportatori – mostrino quantomeno il carattere nevralgico di specifici gangli produttivi, dove (è il caso della logistica) si combinano conoscenze complesse, organizzazione flessibile, sfruttamento ergonomico e mentale.</p>
<p>Dunque, per quanto potenti siano le disposizioni di assoggettamento (l’indebitamento individuale e collettivo, la delocalizzazione, il ricatto della precarietà e dell’assenza di reddito, la minaccia di espulsione) e i dispositivi patologici interiorizzati nel lavoro vivo, fatichiamo a intravedere progetti di appropriazione del <em>comune</em> che non affrontino questo nodo. Chiariamo: laddove la produzione diventa comune, l’imprenditore schumpeteriano è morto: il capitale deve catturare a valle ciò che sempre meno riesce a organizzare a monte. Ed è qui, dal punto di vista di una tendenziale autonomizzazione della cooperazione sociale, che vanno colti i mutamenti reattivi della forma-impresa: nella sua accezione più ampia, essa diviene macchina organizzata per la captazione di valore sociale, governance di economie di apprendimento e di rete, che remunera i “catturatori” in modo diretto (salari adeguati, benefit, <em>stock option</em>, premi) e indiretto (prestigio, status, e via di questo passo). Senza rottura di questa macchina le istanze di liberazione, sottrazione, socializzazione rischiano continuamente di essere assorbite. La rottura della macchina di cattura è passaggio fondamentale ancorché non sufficiente per appropriarsi del comune e, dunque, creare nuova istituzionalità.</p>
<p>3) Queste tendenze  devono essere situate nella materialità dei processi imposti dal divenire della crisi. Che ci obbligano, nuovamente, a focalizzare l’intreccio tra accumulazione finanziaria, cognitiva e industriale, come modi peculiari e tuttavia intrecciati di estrazione di plusvalore e di sfruttamento. Sia per leggerne la configurazione data, sia per coglierne le trasformazioni. Soprattutto per individuare nella ristrutturazione del capitalismo i possibili terreni di contesa e di contro-soggettivazione.</p>
<p>Un primo campo di inchiesta da interrogare riguarda la produzione dei servizi collettivi e di welfare. Non solo poiché oggetto di tagli, ma anche in virtù dei processi di privatizzazione e aziendalizzazione avviati e soprattutto da avviare, si configurano come importanti terreni di conquista da parte di investitori finanziari e industriali. I settori dell’istruzione, della sanità, dei servizi personali sono tra i pochi che anche nella crisi, in Europa e negli USA  hanno incrementato il numero degli occupati. Insieme ai servizi pubblici locali, inoltre, sono oggetto di crescenti interessi e piani d’investimento.</p>
<p>Quali saranno le risposte dei lavoratori coinvolti a fronte delle prevedibili ristrutturazioni? Chiusura difensiva delle prerogative del lavoro di pubblica utilità (quelle che la pubblicistica neoliberale chiama sfrontatamente privilegi)? Oppure, in questo passaggio, a fronte di forme date di resistenza e conflitto (sulle quali possiamo scommettere, ma che non sono preventivabili), si apre uno spazio ove sperimentare l’alternativa delle produzioni basate sul comune? Scommettere quindi su un’alleanza tra lavoratori e fruitori dei servizi che dia risposta ai fatidici quesiti del <em>cosa</em>, <em>come</em>, <em>per chi</em> produrre?</p>
<p>Indagare le trasformazioni dell’impresa del welfare e dei servizi collettivi ci aiuta anche a dipanare la matassa del rapporto tra privato, pubblico e comune. Da questa angolazione si può facilmente vedere come il “pubblico” non solo è oggi luogo di poteri costituiti avversi a ogni apertura al comune, ma è già in realtà privatizzato. Lo abbiamo rimarcato a proposito di scuola e università, mettendo a critica – dentro i movimenti – le posizioni attestate sulla linea di peraltro poco probabile preservazione dello <em>status quo</em>. Il modello anglosassone della <em>corporate university</em> ci mostra come il processo di aziendalizzazione del sistema formativo vada al di là degli statuti giuridici e travolga la distinzione tra pubblico e privato, creando un nuovo paradigma di organizzazione del lavoro e della cattura. Si pensi ancora, per citare un’altra impresa del welfare, alla sanità. Mentre gli ospedali devono riorganizzarsi secondo il calcolo costi-benifici, la razionalità manageriale e la competizione di mercato, i servizi socio-assistenziali sono in buona misura esternalizzati (al cosiddetto privato sociale), oppure scaricati direttamente sulle famiglie e sugli individui, che dell’impresa devono accettare la supposta responsabilità senza averne in cambio nulla, vedendo così ulteriormente decurtata una fetta del salario complessivo. Cos’è il pubblico oggi se non quello del <em>new public management</em>, cioè dei poteri costituiti dallo Stato e dal mercato? Potremmo quindi dire che, nella dissoluzione della dialettica tra pubblico e privato, l’alternativa non è tra comune e pubblico, ma tra comune e privato, essendo il pubblico una variante a quest’ultimo interna. Conseguentemente, la questione che le lotte pongono  va letta nei termini della transizione, a patto di sottrarre tale concetto alla politica dei due tempi in cui è stata tradizionalmente intesa, per ripensarla interamente e immediatamente a partire dalla potenza costituente dei movimenti e del lavoro vivo contemporaneo.</p>
<p>4) In questo quadro, però, ci dobbiamo interrogare non solo su come il comune viene prodotto e catturato, ma su cosa impedisce la sua organizzazione collettiva. Dobbiamo quindi mettere al centro dell’inchiesta i processi di soggettivazione. Cosa significa, da questa prospettiva, sostenere che l’impresa è oggi l’organizzazione dei catturatori del comune? Esistono, innanzitutto, dei dispositivi di differenziazione delle modalità di inclusione nel mercato e degli schemi redistributivi che poggiano su basi generazionali, di razza e di genere. Tutto sommato, anche il progetto di trasformazione del welfare della ministra Fornero potrebbe essere utilmente analizzato da questa angolazione. In secondo luogo, ci sono modelli peculiari delle imprese della cattura, strutturati dalla necessità al contempo di stimolare e segmentare la cooperazione sociale. Dunque, dalle imprese antropogenetiche (della produzione dell’uomo attraverso l’uomo) alle istituzioni bancarie e finanziarie, passando per le aziende del web 2.0, il comune è risorsa estrema e minaccia mortale del capitalismo contemporaneo. Per frammentarlo senza segare il ramo su cui sono sedute, le imprese devono diventare forma di organizzazione delle patologie del lavoro cognitivo. Ci sembra utile leggere in questi termini, anziché in quelli tradizionali dell’ideologia, il professionalismo e la meritocrazia, in quanto organizzazioni discorsive che si basano sulla materialità del reale e, mistificandone i rapporti di classe, producono effetti patogeni. Ciò assume caratteri tutt’altro che metaforici: le sempre più diffuse forme di depressione o di ciclotimia rappresentano non la riproduzione o il ritorno di modelli tayloristici, bensì la sofferenza specifica e storicamente determinata del lavoro cognitivo, legata alla performance, alla competizione, alla subordinazione o complicità con gli apparati di cattura. Qui si apre un nuovo campo di ricerca e una straordinaria sfida per la medicina del lavoro. Né può essere elusa, in questa riflessione, la tensione all’aziendalizzazione del sociale restituita dai concetti chiave del biopotere neoliberale: capitale umano, risorsa umana, empowerment, rischio, ecc. Questo apparentemente neutro regime semantico fa della razionalità d’impresa qualcosa che eccede il suo campo e s’impone <em>tout court</em> come modello cognitivo e regime di verità.</p>
<p>Infine, il blocco del comune è affidato a quelli che potremmo chiamare meccanismi di <em>prescrizione della soggettività</em>. Nella macchina di cattura l’etica del lavoro – progressivamente consumatasi nelle lotte e nei processi di precarizzazione – diventa etica della responsabilità sociale. Nelle imprese del welfare ciò è immediatamente tangibile: come fa una badante, un infermiere o un lavoratore di una cooperativa sociale a scioperare, rifiutare i propri compiti o addirittura sabotare la macchina senza essere marchiato dal pubblico stigma e, prima ancora, bloccato dalla sua interiorizzazione individuale? Ma questa responsabilizzazione si è estesa, per diventare meccanismo di ricatto complessivo: lo vediamo nelle mobilitazioni dei ricercatori, preoccupati di venir meno alla loro missione, o dei precari, sottoposti alla responsabilità dell’essere imprenditori della propria condizione, oltre che produttori di servizi per gli altri. Chiariamo: è evidente che lo specifico rifiuto del lavoro dell’operaio-massa non è riproducibile dentro le trasformazioni produttive degli ultimi decenni, l’esplosione della forma-salario, l’essere fuori misura delle lotte. E tuttavia, nel momento in cui l’intera composizione del lavoro vivo è socialmente sfruttata, il punto è quali forme di rifiuto storicamente determinate sono praticabili, innanzitutto in quanto rifiuto dell’organizzazione della cattura e della socializzazione delle “responsabilità”, ovvero dell’“interesse generale” del capitalismo in crisi.</p>
<p>Ancora una volta, rottura delle strutture di captazione del valore significa creare nuove istituzioni della cooperazione sociale. Spezzare i dispositivi dell’indebitamento vuol dire, ad esempio, riappropriarsi della rendita sociale, interrogarsi su che cosa vuol dire costruire i soviet nelle banche e dentro le imprese finanziarie.</p>
<p>5) Il problema, allora, non è restaurare bensì portare fino in fondo lo scioglimento del patto di fedeltà tra capitale e lavoro. Finché i sindacati non se ne rendono conto sono condannati a essere – consapevolmente o passivamente – subalterni all’iniziativa dell’impresa, oppure a una resistenza marginale o settoriale di corto respiro. Le vicende dell’ultimo anno e mezzo, tra il ruolo di agente della governance della crisi definitivamente scelto dalla dirigenza Cgil e la prevedibile sconfitta della Fiom, ci sembrano piuttosto indicative. Come rompere, allora, i dispositivi di inclusione differenziale, patologizzazione e ricatto del lavoro vivo contemporaneo? Come praticare forme di sciopero metropolitane e non esclusivamente settoriali, capaci cioè di agire nell’intreccio tra impresa e produzione biopolitica? Come pensare, ad esempio, a uno sciopero dei trasporti in cui treni e bus viaggiano gratuitamente per tutti, negli ospedali non si fanno pagare i ticket, la formazione viene strappata alla gestione pubblica e ripensata dentro la cooperazione del sapere vivo? Non è questo ciò a cui l’ipotesi dello sciopero precario allude? Sono le importanti anticipazioni che avevamo colto, a metà degli anni Novanta, nei grandi scioperi francesi e che oggi andrebbero riprese e sviluppate nella costruzione di istituzioni del comune. Ciò completerebbe, attraverso l’appropriazione dei rubinetti e dei bacini di condensazione del valore, l’aspetto costituente che i movimenti degli “indignados”, “occupy” e No Tav profilano.</p>
<p>In altri termini, la questione non è un’alleanza tra differenti movimenti o tra blocchi sociali, che presupporrebbe un meccanismo di rappresentanza definitivamente esauritosi. Si tratta, invece, di costruire una politica della composizione, scommettendo collettivamente sulla possibilità di rovesciare i processi di soggettivazione che si determinano nella tensione tra produzione del comune e cattura imprenditoriale. A scanso di equivoci, ribadiamo che non stiamo affatto sostenendo una mitologica centralità dell’impresa per la lotta di classe dei nostri giorni; si tratta invece, nella moltiplicazione delle fabbriche della soggettività, di individuare i campi di sedimentazione e accumulo di autonomia, i suoi tratti di generalizzazione, gli elementi paradigmatici o peculiari rispetto alla composizione del lavoro vivo, i punti in cui far male ai padroni. Del resto, inchiesta per noi non significa fare “sociologia del capitale”: altri lo fanno probabilmente meglio, certamente per il nemico. Se ci interessa ragionare di impresa, forme di soggettivazione e della cattura della cooperazione sociale, è perché riteniamo che <em>anche </em>in questo spazio viva la possibilità di una soggettivazione autonoma, che contiene <em>in nuce</em> potenzialità di de-impresizzare, per così dire, la cooperazione sociale. Fare inchiesta significa dunque porsi nella condizione di abitare campi di conflitto possibili, se si vuole – questa la scommessa – di organizzare il discorso del conflitto, far saltare i tappi che trattengono l’emergenza della composizione politica del lavoro vivo, aprire spazi costituenti. Significa, cioè, liberare le forze soggettive e politiche autonome oggi bloccate dai recinti della rappresentanza, interna ed esterna ai movimenti. É, poi, attraverso una ricerca ed un lavoro di organizzazione intesi ad unificare nella lotta i poveri e gli strati impoveriti della classe operaia e della cosiddetta classe media, che la ricerca diventa &#8220;con&#8221;, ovvero dispositivo di lotta che unifica quel che ne resta, della classe operaia, e gli altri strati impoveriti della società. È evidente che è soprattutto nelle strutture, negli spazi e sui territori del welfare metropolitano che ciò è possibile. Molte delle sconfitte recenti dei movimenti (ma soprattutto la perdita di significanza della politica delle sinistre) derivano, in tutta Europa, dalla rottura di questo rapporto fra poveri e classe laboriose. Ecco perché la conricerca è la pratica, militante e rivoluzionaria, di quella che abbiamo chiamato una politica della composizione. Ciò significa anche abitare quello che Romano Alquati chiamava il “medio raggio”, ossia i tempi, gli spazi e i livelli dove la scommessa teorica si fa discorso politico.</p>
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		<title>L&#8217;Italia non è la Grecia</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 23:03:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gigi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di FRANCO BERARDI Non posso dire quel che penso del presidente della repubblica italiana perché a causa di una legge idiota e liberticida finirei in galera. Chi volesse capire questo vecchio stalinista convertito al totalitarismo della finanza può leggere il libro di Ermanno Rea Mistero Napolitano in cui si racconta il suicidio di una donna comunista e libertaria di nome Francesca Spada. Quello che non potevo prevedere è che questo signore, al quale è sembrato del tutto normale firmare le leggi di mafia che hanno distrutto il sistema comunicativo e il sistema scolastico italiano, adottasse il linguaggio e la forma mentis del razzismo italiota. Spezzeremo le reni alla Grecia promise un tizio cui nel 1922...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di FRANCO BERARDI</p>
<p>Non posso dire quel che penso del presidente della repubblica italiana perché a causa di una legge idiota e liberticida finirei in galera.<span id="more-1343"></span> Chi volesse capire questo vecchio stalinista convertito al totalitarismo della finanza può leggere il libro di Ermanno Rea <em>Mistero Napolitano</em> in cui si racconta il suicidio di una donna comunista e libertaria di nome Francesca Spada. Quello che non potevo prevedere è che questo signore, al quale è sembrato del tutto normale firmare le leggi di mafia che hanno distrutto il sistema comunicativo e il sistema scolastico italiano, adottasse il linguaggio e la forma mentis del razzismo italiota. Spezzeremo le reni alla Grecia promise un tizio cui nel 1922 un re d’Italia aveva consegnato le chiavi del potere assoluto. Napolitano più modestamente si limita a far notare che l’Italia non è la Grecia.</p>
<p>Grazie presidente, era quello che volevamo sentirci dire. Che l’Italia non sia la Grecia comincio a sospettarlo anche io. Il popolo greco ha il coraggio di rispondere con il fuoco alla violenza finanziaria mentre il popolo italiano per il momento sembra completamente rimbecillito dalla sensazione che il governo Monti sia diverso e migliore di quello che l’ha preceduto mentre ne è solo la continuazione più efficiente e criminale.</p>
<p>La società greca è stata sottoposta alla cura della banca europea a partire dalla primavera del 2010. Nell’arco di un anno e mezzo il prodotto interno lordo è crollato del 7.2%. A quel punto la dittatura finanziaria ha ritenuto di dover mandare all’inferno il presidente eletto dai greci, Papandreou, perché si era permesso di proporre un referendum per restituire al popolo il diritto di decidere sul proprio destino. La democrazia è stata così cancellata nel paese in cui duemilacinquecento anni fa era stata dapprima concepita. Così la cura europea è proseguita e ora l’economia è definitivamente collassata, ma i criminali della banca centrale non smettono di chiedere sangue: centocinquantamila licenziamenti nel settore pubblico (come se non bastassero quelli che già sono stati eseguiti) e riduzione del venti per cento dei salari e delle pensioni.</p>
<p>I lavoratori e gli studenti greci questa volta sembrano determinati a fermare il massacro. Forse stanno imparando dai rivoltosi egiziani e siriani che se proprio bisogna morire allora è meglio farlo con la testa alta. In Italia la cura greca è soltanto ai suoi inizi. Adesso il consulente della Goldmann Sachs va in giro per il mondo promettendo ai suoi padroni che nei prossimi mesi i diritti del lavoro saranno definitivamente cancellati. Siamo già molto avanti su questa strada, e fra qualche mese la cura greca farà i suoi effetti anche in Italia. Il crollo ormai annunciato della produzione e del consumo renderà necessari nuovi tagli e così via all’infinito, fin quando rimarrà qualcosa da rapinare.</p>
<p>La Grecia è in fiamme. Perché in Italia non sperimentiamo una nuova forma di azione, che magari consista nell’inazione, nel rifiuto di partecipare di collaborare di contribuire? Perché non proviamo a organizzare il Do Nothing Day che una ragazza greca, Alexandra Odette Kypriotaki ha proposto dopo aver constatato che il popolo greco con l’azione e la mobilitazione non è riuscito a difendere nulla?</p>
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		<title>Politiche d’austerity e ristrutturazione del debito in Grecia</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Feb 2012 18:47:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gigi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Italiano]]></category>
		<category><![CDATA[Crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<description><![CDATA[di ANDREA FUMAGALLI L’imposizione di nuove misure draconiane per la riduzione del debito in Grecia da parte della troika economica europea sta assumendo delle forme paradossali. Per la Grecia si tratta della quinto intervento di tagli in 18 mesi. La ricetta è contenuta in un documento di 51 pagine frutto di settimane di trattative. L&#8217;obiettivo immediato è quello della riduzione della spesa pubblica di 3,3 miliardi di euro solo nel 2012: per farlo si dovranno tagliare le pensioni supplementari del 15%, gli stipendi minimi del 22% e quelli dei giovani neoassunti tra i 18 e i 25 anni del 32%, con un blocco per almeno tre anni. Questa sforbiciata si porterà dietro, a cascata, una...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di ANDREA FUMAGALLI</p>
<p>L’imposizione di nuove misure draconiane per la riduzione del debito in Grecia da parte della troika economica europea sta assumendo delle forme paradossali.<span id="more-1339"></span></p>
<p>Per la Grecia si tratta della quinto intervento di tagli in 18 mesi. La ricetta è contenuta in un documento di 51 pagine frutto di settimane di trattative. L&#8217;obiettivo immediato è quello della riduzione della spesa pubblica di 3,3 miliardi di euro solo nel 2012: per farlo si dovranno tagliare le pensioni supplementari del 15%, gli stipendi minimi del 22% e quelli dei giovani neoassunti tra i 18 e i 25 anni del 32%, con un blocco per almeno tre anni. Questa sforbiciata si porterà dietro, a cascata, una riduzione di tutti gli altri salari e, probabilmente anche del sussidio di disoccupazione, che attualmente è fissato in 461 euro (lo stipendio minimo invece è di 751 euro, lordi).</p>
<p>Questi nuovi provvedimenti tendono a peggiorare in primo luogo le condizioni salariali e del mercato del lavoro, mentre le precedenti hanno privilegiato soprattutto interventi sulle entrate fiscali e sulla spesa pubblica. Di fatto, le cinque leggi d’austerity greche come le analoghe italiane, spagnoli e portoghesi seguono un medesimo canovaccio: aumento delle entrate fiscali e riduzione della spesa pubblica, il tutto condito da provvedimenti volti alla riduzione del costo del lavoro e al disciplinamento del mercato del lavoro. Per aumento delle entrate fiscali si intende esclusivamente l’aumento dell’Iva (portata al 23% sia in Grecia che in Italia) e delle accise  e delle tariffe dei beni di largo consumo la cui domanda, risultando rigida al prezzo, è difficilmente contraibile (dalla benzina ai prodotti energetici, al tabacco, così come nel XIX secolo si interveniva con la tassa sul sale e sul macinato): interventi che, avendo natura regressiva, incidono in modo pesante sui redditi medio bassi. Si tratta di provvedimenti imposti anche ad altri paesi europei (come l’Italia e Spagna) che, in seguito all’aumento dell’Iva, porteranno ad un aumento del livello dei prezzi europei, imponendo così nuovi vincoli restrittivi alla politica monetaria europea. Fintanto che l’art. 105 del Trattato di Maastricht, che impone l’obbligo per la Bce di rispettare il limite del 2% annuo per il tasso d’inflazione, non verrà modificato o allentato, il probabile esito di tali manovre sarà indirettamente di controllare l’inflazione non più tramite un aumento dei tassi d’interesse ma  tramite una riduzione dei costi di produzione, ovvero del lavoro. E a tal fine,  non è un caso che in Grecia, come in Italia e in Spagna si attuano provvedimenti diretti (Grecia) o  riforme del mercato del lavoro (Italia e Spagna) con tale obiettivo.</p>
<p>Per la riduzione della spesa pubblica, invece, tre sono gli strumenti prevalentemente utilizzati: i licenziamenti di massa nel pubblico impiego, che in Grecia hanno raggiunto la soglia dei 40.000, in seguito alla nuova ondata di dismissioni (15.000) prevista nei provvedimenti di questi giorni; l’ulteriore smantellamento dello stato sociale, con particolare riferimento ai settori che sono più appetibili per la speculazione finanziaria, ovvero previdenza, sanità e istruzione. In questo campo, la Grecia ha fatto da apripista, ma l’Italia non ne è da meno. Infine, la vendita del patrimonio pubblico e la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità. Il tentativo di risolvere la crisi del debito, proprio quando il processo di accumulazione e valorizzazione si fonda sempre più marcatamente sullo sfruttamento e l’espropriazione del “comune”, si caratterizza dunque con l’affermazione del dominio del privato non solo sul pubblico, ma soprattutto sul “comune”.</p>
<p>Gli esiti di questi provvedimenti sono sotto gli occhi di tutti. Il caso greco è emblematico. La Grecia è al quarto anno di recessione, nel 2011 il Pil è calato di oltre il 7% e, nonostante la cura da cavallo, proprio per l’effetto recessivo delle politiche di austerity, il rapporto debito/pil non è calato come ci si attendeva, ma è addirittura aumentato di 4,4 punti, portandosi al valore di 159,1%. Con questa quinta finanziaria, l’obiettivo è raggiungere il livello del 120% nel 2020. Obiettivo del tutto pretestuoso e chiaramente irrealizzabile.</p>
<p>Eppure la troika economica fa, strumentalmente, finta di crederci e la Germania appare oggi più di ieri preoccupata di un possibile default greco. E’ chiaro che gli interessi sono altri e altrove. Ed è qui che sta il paradosso. Tutti hanno paura del default greco, non perché preoccupati per la possibile crisi dell’Euro (forse qualcuno si) ma per le proprie tasche. Se la Grecia, infatti, facesse veramente default e i titoli greci diventassero titoli spazzatura, ci sarebbe un impatto molto negativo su alcune banche europee, soprattutto francesi e tedesche. Infatti dei 355miliardi di euro del debito pubblico greco, 125 (più di un terzo) sono detenuti dalle banche e dai fondi di investimento europei, 50 dalle banche greche,  30 dai fondi sociali e assicurativi greci. A ciò, occorre aggiungere che 55 miliardi sono detenuti dalla BCE, per un totale di 260 miliardi. La rimanente parte del debito è composta da prestiti internazionali, di cui 20 da parte del FMI e 53 dai paesi dell’Europa (la sola Germania per una quota di 15 miliardi).</p>
<p>In un tale contesto, il default sarebbe estremamente costoso per il portafoglio dei creditori privati e anche pubblici ed è proprio questa elementare constatazione a spingere verso la soluzione di una ristrutturazione del debito greco. E qui la questione si fa interessante dal nostro punto di vista, ovvero dal punto di vista di chi sostiene il diritto al default. Sulla base delle prime indiscrezioni (l’argomento è non a caso volutamente taciuto dai grandi media) e dopo un primo incontro tra l’<em>Institute of International Finance </em>(IIF, che rappresenta circa 450 istituzioni private) e le autorità greche, si sta cercando di arrivare ad un primo possibile accordo che dovrebbe prevedere una svalutazione tra il 65 e il 70 per cento del valore nominale dei bond greci e un’estensione a trent’anni dei titoli con un tasso di interesse medio del 4 per cento (3,5 per quelli a breve termine, 4,6 per quelli a lungo termine). In cambio, i creditori riceverebbero titoli a breve scadenza del fondo europeo Salva Stati (EFSF) per un valore pari al 15 per cento dei loro crediti nei confronti di Atene. In questo modo, la Grecia potrebbe ridurre di 100 miliardi il suo debito (poco più di un quarto).</p>
<p>I punti di attrito riguardano essenzialmente il livello del tasso d’interesse per i titoli greci e la platea dei creditori che dovrebbero accettare la svalutazione dei titoli. Riguardo il primo punto, le banche tedesche, con alla guida Deutsche Bank, ritengono insufficiente un tasso d’interesse del 4%. Riguardo il secondo punto, si chiede che il processo di svalutazione riguardi anche la quota di titoli detenuta dalla BCE e non solo quella “privata”.</p>
<p>Secondo uno studio condotto dall’Istituto per l’economia mondiale di Kiel e pubblicato dallo Spiegel (http://www.spiegel.de/wirtschaft/soziales/0,1518,810645,00.html), nemmeno una ristrutturazione del debito del 65-70 per cento sarebbe sufficiente per la Grecia (inizialmente si era parlato addirittura del 50 per cento). Infatti, secondo questo studio, i tassi di interesse attuali sarebbero insostenibili per il debito greco. Non a caso la Germania (al contrario delle banche tedesche) e il Fondo Monetario Internazionale nelle ultime settimane hanno fatto molte pressioni sui creditori privati per abbassare ancora di più i rendimenti dei nuovi bond. Lo Spiegel scrive che, se gli interessi rimanessero quelli attuali, per salvare la Grecia servirebbe un taglio del debito di almeno l’80 per cento, il che implicherebbe un ulteriore intervento da parte dei paesi europei e della Banca Centrale Europea. Ma tale quota potrebbe diminuire se l’opera di “<em>haircut</em>” (letteralmente taglio di capelli, come in gergo finanziario si indica la svalutazione forzosa di un titolo) venisse estesa anche alla BCE.</p>
<p>Al momento non siamo in grado di sapere che tipo di accordo verrà raggiunto, ma siamo abbastanza certi che un accordo ci sarà. E una delle condizioni sta proprio nell’imposizione dell’ultima serie di interventi draconiani contro il popolo greco. Essi servono non a ridurre il rapporto debito/pubblico ma a garantire quel minimo di liquidità per poter da un lato ricevere altri prestiti internazionali e dall’altro garantire i fondi per la ristrutturazione del debito e riassicurare i creditori. Poi tra un anno se ne riparlerà. Di fatto, in Grecia si sta applicando una sorta di default controllato (svalutazione del 70% del valore dei titoli posseduti dagli investitori istituzionali), il cui costo tuttavia viene fatto ricadere pesantemente sulle condizioni di vita del popolo greco. Si dimostra che tale possibilità di default controllato è possibile e che è comunque una soluzione preferibile alla bancarotta statale. Esso però viene agito contro chi non è responsabile della crisi del debito greco. Alcune banche avranno perdite patrimoniali, ma tali perdite  verranno in beve tempo compensate dal fatto che il diritto alla speculazione viene salvaguardato proprio grazie alle misure d’austerity.</p>
<p>La nostra idea di pratica e  diritto al default è invece indirizzato contro la speculazione finanziaria. Oltre allo strumento tecnico, occorre quindi una capacità politica e sociale tale da mettere in discussione la legittimità della governance dittatoriale della troika economica. Da questo punto di vista, Italia e Grecia sono molto simili. Non solo nelle misure che vengono intraprese, ma anche nella recente dinamica golpista  che le ha caratterizzate, nonostante ciò che dica uno dei sostenitori di tale golpe economico-finanziario che è anche, ahinoi, Presidente della Repubblica.</p>
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		<title>O comun e a exploração 2.0</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 17:13:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gigi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Português]]></category>
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		<description><![CDATA[di UNIVERSIDADE NOMADE O 3º Fórum de Mídias Livres (FML), realizado em Porto Alegre no escopo do Fórum Mundial Temático 2012, foi marcado pelo apelo à convergência. Os desafios para a democratização das comunicações no Brasil dependem de uma mobilização abrangente, de amplo espectro articulado em rede, dos grupos, coletivos e veículos que trabalham à margem dos conglomerados das comunicações. A chegada de Ana de Hollanda como ministra da cultura de Dilma, com suas relações íntimas com o ECAD, a dita “classe artística” e a grande indústria fonográfica, acabou por fechar as portas do governo aos novos protagonistas do campo cultural e das mídias livres. Em menos de um ano, o MinC da Holanda tornou-se um...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di UNIVERSIDADE NOMADE</p>
<p dir="LTR">O 3º Fórum de Mídias Livres (FML), realizado em Porto Alegre no escopo do Fórum Mundial Temático 2012, foi marcado pelo apelo à convergência. <span id="more-1347"></span>Os desafios para a democratização das comunicações no Brasil dependem de uma mobilização abrangente, de amplo espectro articulado em rede, dos grupos, coletivos e veículos que trabalham à margem dos conglomerados das comunicações. A chegada de Ana de Hollanda como ministra da cultura de Dilma, com suas relações íntimas com o ECAD, a dita “classe artística” e a grande indústria fonográfica, acabou por fechar as portas do governo aos novos protagonistas do campo cultural e das mídias livres. Em menos de um ano, o MinC da Holanda tornou-se um reduto de defesa aristocrática da “arte” contra a cultura. Daí os apelos no 3º Fórum quanto ao respeito às diferenças para a expansão de redes contra-hegemônicas ao establishment representado pela indústria cultural nacional e internacional. No “espírito do tempo” dessa convergência, não há lugar para purismos, dogmatismos, academicismos, para qualquer esboço de retorno a formas ultrapassadas de militância, consideradas analógicas ou “1.0″.</p>
<p id="magicdomid7" dir="LTR">A rede Universidade Nômade, inclusive por meio da Revista Global/Brasil, participou dos dois fóruns anteriores, no Rio de Janeiro (2008) e em Vitória (2009). Em ambos, não só debateu horizontalmente, como contribuiu para a formulação de uma frente transversal de construção para as novas mídias livres e/ou redes colaborativas. O que se traduziu, por exemplo, na política dos Pontos de Mídia Livre. Numa perspectiva materialista, de fato, não adianta aferrar-se a elaborações teóricas ou cartilhas utópicas, mas, sim, identificar movimentos e lutas reais que já estão constituindo uma alternativa ao modelo da grande mídia e grande indústria cultural. Desde os primeiros fóruns, consideramos acertado o diagnóstico da importância de colocarem-se tarefas concretas para a coordenação de movimentos sociais, redes militantes e/ou mídias auto-organizadas de cauda longa. No sentido que esses vários agentes (pontos, singularidades) se qualifiquem cada vez mais para, no limite, constituirem-se como uma teia múltipla e politicamente organizada contra o status quo. Noutras palavras, constituirem-se como um comum produtivo, material e antagonista ao capitalismo: seja ele 1.0 ou 2.0, analógico ou digital.</p>
<p id="magicdomid9" dir="LTR">A 3ª edição do FML, no entanto, causou estranheza. Seu calendário, a composição das mesas e suas pautas, foram pré-definidos por um círculo fechado que, quando teve a legitimidade contestada, tentou legitimar-se apelando às atividades de um “comitê executivo”, instituído em 2008, e cujas atividades e deliberações não foram apresentadas aos midialivristas em lista aberta. Em princípio, participaram desse comitê os cabeças de algumas organizações já estabelecidas. Ou seja, a maioria dos midialivristas não participou da construção do 3º FML: um evento pré-formatado e pré-pautado. Essa centralização havia se tornado conhecida pelo vazamento de um e-mail assinado por Pablo Capilé, do circuito Fora do Eixo (FdE). Vide:<a onclick="javascript:_gaq.push(['_trackEvent','outbound-article','http://www.4shared.com']);" href="http://www.4shared.com/office/sgjElRbI/2012_e_as_Redes_em_Rede.html?refurl=d1url" target="_blank">http://www.4shared.com/office/sgjElRbI/2012_e_as_Redes_em_Rede.html?refurl=d1url </a></p>
<p dir="LTR">A mensagem, dirigida a grupos “parceiros”, convoca a formação de redes em rede e contém um calendário e uma pauta completos para 2012. Esse pacote inclui o Fórum de Mídias Livres em Porto Alegre, mas também o Festival Digitália, o Grito Rock, os encontros anuais do próprio FdE e da Casa de Cultura Digital e, finalmente, <strong>a decisão já tomada</strong> de organizar um Fórum Mundial de Mídia Livre em ocasião da Rio + 20. Entre as redes “parceiras”, citadas porém não consultadas: Pontos de Cultura, Pontos de Mídia Livre e Espaços Hackers. Quando interrogações e vozes dissonantes começavam a se fazer ouvir, o próprio Capilé informou que “não precisamos mais ficar lotando a caixa de emails de ninguém aqui com um debate que será feito a partir de agora em <strong>outras listas</strong>” Vide:<a onclick="javascript:_gaq.push(['_trackEvent','outbound-article','http://www.4shared.com']);" href="http://www.4shared.com/office/VGSr5KU9/2012_e_as_Redes_em_Rede_-_2.html?refurl=d1url" target="_blank">http://www.4shared.com/office/VGSr5KU9/2012_e_as_Redes_em_Rede_-_2.html?refurl=d1url</a></p>
<p dir="LTR">O 3º FML em Porto Alegre aconteceu num ambiente onde o dissenso foi rapidamente desqualificado, e onde a convergência veio pré-estabelecida de cima a baixo. Uma forma de organização que lembra não só a burocracia estatal, como também aparelhos meramente partidários, em que são camufladas a hierarquização e a fragmentação por meio da mística do consenso. Ao invés de momento para a construção democrática, o FML se tornou o lugar de ratificação burocrática de decisões tomadas antes, alhures e por outrem! O FML tornou-se assim o teatro de mais uma comédia da representação.</p>
<p id="magicdomid14" dir="LTR">Diante disso, vale a pena problematizar o estado do processo de constituição de “mídias livres” e mais em geral o movimento da “cultura” de resistência à restauração no MinC. O que significa o apelo de convergência e ao que, afinal, se pretendem fazer convergir as redes? O que está em jogo nesses consensos cada vez mais impermeáveis e institucionalizados, que são reproduzidos, muitas vezes na sua essência acriticamente, nos fóruns e encontros culturalivristas e midialivristas? O que significa que as redes (no plural) agora devam constituir-se em uma só rede?</p>
<p id="magicdomid16" dir="LTR"><strong>AS REDES E OS NOVOS MODELOS DE NEGÓCIOS</strong></p>
<p id="magicdomid17" dir="LTR">De tempos para cá, se tornou costumeira a expressão “gestor de redes” e “rede<strong>s</strong>em red<strong>e</strong>“. Por gestão de redes se entende a atividade de ligar os pontos e trançar os fios do que passa a ser uma cadeia produtiva. O gestor opera como um agregador dos múltiplos nós produtivos da economia da cultura. Por um lado, gere o fluxo de equipamento e trabalhadores (gestão de eventos, carreiras, plataformas); por outro, o fluxo do dinheiro (editais, patrocínios, investimentos, lucros). Na música, por exemplo, significa articular bandas, casas de show, plataformas, equipes técnicas, promoters, produtores, publicitários, críticos e intelectuais. Essas conexões compõem uma rede que o gestor administra, promovendo o empreendedorismo dos participantes e sob o guarda-chuva de uma marca. A marca, por sua vez, é construída como um modo de engajamento de seus trabalhadores, um jeito característico de trabalhar, vestir-se, negociar, em suma, uma ética e uma estética, uma forma de vida: um coletivo. O objetivo deste concerto passa a ser implementar a marca até se obter um conglomerado de redes, integradas ou “parceiras”. Funciona como um <strong>brand management</strong>, pelo qual se aplicam e aperfeiçoam processos e técnicas de marketing, determinados pelas oportunidades (e ameaças), com vistas a expandir, controlar e conservar os mercados. O processo vai produzindo sinergia e se constituindo como mercado (cultura) flexível, eficiente, sinergético, horizontal, em suma, livre como na expressão livre mercado . Tudo isso se ensina tranquilamente nas faculdades de economia ou administração da FGV, PUC, da COPPE/AD da UFRJ etc.</p>
<p id="magicdomid20" dir="LTR"><strong>A REDE COMO NOVO MODELO DE NEGOCIO</strong></p>
<p id="magicdomid21" dir="LTR">Criado ao redor da música independente (indie), o Fora do Eixo opera mais fortemente na cadeia produtiva da música e se organiza no formato de coletivos de produtores. O FdE, aqui, é fora do eixo produtivo das grandes gravadoras e produtoras, e não somente fora do eixo RJ-SP. Para ser autônomo, é preciso não só fazer música fora do mainstream, mas passar a ter controle sobre os processos de distribuição, divulgação, organização de eventos, parcerias etc. Ele conta com gestores “orgânicos” que se entregam 24 horas para a “causa”, numa moral do trabalho que lembra tanto as vanguardas profissionalizadas de militantes liberados quanto o executivo workaholic das multinacionais. Desde 2005, o FdE se expandiu à margem das redes oligopólicas da indústria fonográfica, de laços amiúde familiares e muito verticalizados. Ele se propõe a desenvolver a cauda longa de produtores e bandas pelo país, sem se subordinar à indústria cultural. Nesse intuito, vem organizando shows, festivais, turnês, encontros, debates e fóruns, fornecendo plataformas e espaço para bandas menores e artistas jovens, iniciantes ou com pequenos públicos. Nos anos Lula, o FdE foi bem-sucedido em angariar sistematicamente verbas de editais do Ministério da Cultura (MinC), bem como patrocínios (que também são públicos) de empresas e bancos.</p>
<p id="magicdomid24" dir="LTR">Assim como outros grupos político-culturais aliados ao MinC de Gilberto Gil e Juca Ferreira, encampou o discurso culturalivrista e digitalista, de contraposição aos atravessadores tradicionais e à supervalorização do artista criador. Trata-se de uma concepção de novos modelos de negócios, adaptados à era digital, às licenças Creative Commons e à riqueza das redes onde a informação não teria rivais.</p>
<p> Mais recentemente, o FdE começou a se mover para o eixo. Nascido nas regiões centro-oeste e norte, instalou-se com sucesso em São Paulo e Minas Gerais, e agora tenta avançar mais decisivamente para o Rio de Janeiro e Pernambuco. Além disso, começou a buscar parcerias com bandas, por assim dizer, menos alternativas, contratando artistas de maior visibilidade, e também através de conexões mais fortes com o setor público (governos estaduais e prefeituras) e mesmo partidário (por meio do Partido da Cultura, de iniciativa do próprio FdE).</p>
<p id="magicdomid28" dir="LTR"><strong>A PRIMEIRA GERAÇÃO DE CRÍTICAS AO NOVO MODELO DE NEGÓCIOS </strong></p>
<p> O FdE como rede centralizadora de redes já foi objeto de uma série contundente de críticas. Em geral, essas associam uma análise correta do funcionamento material desse novo modelo de negócios a uma perspectiva teórica e política ambígua, como se o FdE fosse um “desvio” dos princípios da remuneração do “artista” ou até da luta revolucionária. Por corretas que elas possam ser no plano da análise, essas críticas são politicamente insuficientes. Contudo, merecem a atenção dos ativistas.</p>
<p id="magicdomid31" dir="LTR">Dentre as críticas ao FdE, destacam-se: 1) a dependência de verbas estatais, 2) o caráter político do grupo, 3) a exploração dos artistas com o não-pagamento ou minoração dos cachês, e 4) um comportamento predatório dos mercados.</p>
<p> 1) Quanto às verbas estatais, argumenta-se que eles não são sustentáveis como projetos culturais, que o dinheiro público acaba aplicado em iniciativas mais amadoras e de pequeno público. Essa crítica tende a ser reacionária, na medida em que a grande indústria supostamente “profissional” também sobrevive de uma relação preferencial com os governos e, na prática, tende a se beneficiar de montantes bem mais vultosos a título de isenção fiscal, parcerias, facilitações e verbas de publicidade. Todos os artistas medalhões com os quais se identifica a Ministra Buarque de Hollanda recorrem aos subsídios estatais por meio das Leis de renuncia fiscal. Ademais, o Estado tem por função constitucional promover o acesso, a qualificação e a produção da cultura, que é por si mesma um retorno social dos investimentos. O sonho do capitalismo é todos viverem de salário e venda de produtos, duas formas sociais do mesmo fenômeno de mercantilização do trabalho, do mundo da mercadoria. A crise do capitalismo global colocou a nu essas abstrações.</p>
<p>2) Quanto ao componente político, à direita, a crítica tende a se contradizer, pois a indústria cultural e a grande mídia igualmente mantêm uma agenda política, rigorosamente ideológica mesmo ao silenciar a respeito de suas opções e tendências. A diferença do FdE é assumir agressivamente a pauta política, inclusive no jargão de seus membros. Já na vertente à “esquerda”, o FdE  banalizaria as lutas sociais e marchas, esvaziando o seu caráter conflitivo e antagonista. Sua aparência esquerdista não passaria de estratégia de marketing para cooptar o sentimento de revolta e insatisfação da juventude. Porém, diz-se, não ataca o sistema; pelo contrário, é parte dele. Essas avaliações, das quais o coletivo <em>Passa Palavra </em>é emblemático, acabam reduzindo a crítica à denúncia do desvio entre teoria e prática. É preciso avançar a análise sobre a matriz da exploração no contexto do capitalismo cognitivo, assim como a composição de classe que lhe resiste, o que falta nessas análises em comento. Não percebem como a teoria circula e viabiliza certas práticas e vice-versa, como a teoria é pensamento estruturado e organizado para fazer sentido e ser efetivo em determinado contexto de relações. Numa perspectiva materialista, não adianta acusar o FdE de anticapitalista de menos, ou de falsidade ideológica, mas destrinchar a matriz prático-discursiva que possibilite algo como o FdE avançar ao mesmo tempo sobre mercados e espaços tradicionalmente ocupados pelas esquerdas. O que interessa não é demonizar o FdE, como se fossem “traidores”, mas entender como, por quais mecanismos um novo modelo de negócio avança e consegue fazer operações de hegemonia nas redes de movimento. Até o ponto de ser – mundo afora – apresentado academicamente como “rede de ativismo descentralizado”.</p>
<p id="magicdomid37" dir="LTR">3) Outro bloco de críticas circunda o pagamento dos cachês. O FdE aufere verbas públicas e de patrocínio, porém não remunera diretamente a maioria dos artistas que performam em seus shows e festivais. Geralmente paga passagens, alimentação e hospedagem apenas para os músicos (e não à toda a equipe), o que não deixa de consistir numa remuneração indireta, mas não os cachês. Em parte, isto decorre da própria concepção de cultura como cadeia produtiva. Em vez de ser encabeçada pelo artista-criador, como no discurso reacionário do ECAD e do MinC da Dilma, a economia da cultura se faz com a cauda longa de produtores, trabalhadores e serviços agregados. Daí a menor importância conferida aos cachês, em relação à retroalimentação do processo como um todo. Ao atribuir ao artista um papel quase sagrado na produção, deixando de lado o processo social como um todo, essa crítica também é insuficiente, embora legitima na boca de artistas que se recusam a entrar no esquema do Cubo Card: ou seja de receber pagamentos com base em títulos emitidos pelo próprio FdE, algo como uma moeda complementar.</p>
<p id="magicdomid39" dir="LTR">4) Finalmente, quanto à predação, o FdE não esconde a sua estratégia de inserção e dominação dos mercados. Não à toa, num Fórum de Mídias Livres e no Fórum Social em geral, o extremo pragmatismo de seus membros em contornar debates para concentrar-se nas pautas do próprio grupo e suas possíveis convergências (parcerias e negócios). Atualizando o par estratégia/tática, o FdE não cansa de esclarecer que mantém a hegemonia sobre suas composições com grupos estatais ou privados: o MinC, a Petrobrás, o Itaú Cultural, a Coca-Cola etc, pois estaria “hackeando” essas instituições menos do que sendo “hackeado” por elas. Novamente, neste âmbito, o FdE lembra tanto uma vanguarda leninista (na luta expansionista por hegemonia), quanto uma multinacional (na luta expansionista pelo controle dos mercados). Se o linguajar é “pós-pós”, a prática é bem aquela de uma captura de novas redes produtivas dentro de uma só rede, sendo essa estruturada segundo os métodos mais tradicionais do século 20.   A pauta — importantissima — da flexibilização dos direitos autorais acaba sustentando como que uma “vontade geral”. Ora, quando tratada fora de um contexto de luta contra a mercantilização da vida, a flexibilização dos direitos autorais serve mais ao capital do que aos movimentos. Afinal, no novo modelo de negócios que o Facebook ou a Google expressam bem, enquanto muitos trabalham de graça (free, livre) em frente seus computadores, investindo suas vidas na internet, poucos ganham rios de dinheiro no mercado financeiro. O mesmo vale para o mercado fonográfico, e para cultura digital em geral, onde muitos trabalham de graça enquanto os gestores, ou produtores culturais dos grandes festivais e suas polpudas verbas de publicidade, negociam milhões. Esse é o novo modelo de negócios que tenta rearticular o capital no campo dos comuns, para rearranjá-lo no interior mesmo de sua nova crise. Assim, a multidão é liquidada à crowdsourcing, o objeto da exploração do trabalho livre, no sentido de gratuito.</p>
<p> Mas, aqui também, o que interessa não é “denunciar” os novos modelos de negócios, mas entender como eles funcionam e por onde passam os conflitos que os atravessam.</p>
<p id="magicdomid44" dir="LTR"><strong>A PERSPECTIVA DO COMUM</strong></p>
<p> É urgente ir além dessas “denúncias”. Isso significa recolocar a questão de um ponto de vista crítico e materialista. Em vez de moralizar a questão ou contornar seus principais enovelamentos práticos-discursivos, se faz necessário tomar mais analiticamente a expansão das redes sob o discurso midialivrista e culturalivrista (da qual o FdE é apenas um detalhe). Trata-se de contextualizar essas dinâmicas produtivas sob a alcunha “cultura livre” ou “mídia livre” sobre o pano de fundo do ciclo de lutas e revoluções que se afirmou, claramente, ao longo do ano de 2011.</p>
<p id="magicdomid47" dir="LTR">As lutas, ocupações, marchas e acampadas globais exprimem um desejo de mudança e uma forma de organização que as conferem um caráter antissistêmico. Contudo, a crise global, essa proliferação de acontecimentos e embates, tanto pode resultar numa ruptura com o capitalismo global financeirizado, quanto numa nova reestruturação e captura, uma nova síntese, em suma, em algo como um altercapitalismo (ou capitalismo 2.0). Esse capitalismo já se anuncia como um regime de acumulação que abre mão da retórica e até das instituições democráticas, servindo como exemplo o caso da Itália, onde o sistema financeiro global decidiu compor ele mesmo o gabinete de governo do país, com o primeiro-ministro Mário Monti. Por isso, é preciso assumir a situação de crise na sua dimensão ambivalente, propugnando pelo aprofundamento do ciclo de lutas, ou seja, pela radicalização da crise. Daí a relevância de uma perspectiva da crise que não perca de vista a dimensão antagonista, em vez de convergir convenientemente para uma síntese neutralizada.</p>
<p id="magicdomid49" dir="LTR">Dito isto, uma boa maneira de apreender as alternativas da crise se dá por meio da perspectiva da constituição do comum.</p>
<p id="magicdomid51" dir="LTR">O comum, na esteira do marxismo operaísta, da filosofia da diferença e da antropologia canibal, é uma organização política das relações produtivas e materiais. Não só como modalidade de convivência, cooperação e produção, mas também como base material para a auto-formação e auto-valorização do trabalho, das redes colaborativas, da criação de formas de vida a partir de formas de vida, da constituição antropofágica de perspectivas de mundos além do capitalismo. O comum está além do público-estatal e do privado, como esfera transversal onde cultura, economia e política se amalgamam gerando potências de vida: biopolítica e auto-valorização. Trata-se da ocupação intensiva do espaço e do tempo, sob outra gramática organizacional. Uma organização heterogênea que se constitui não para nivelar as diferenças, mas para produzir a partir delas, gerando novos entes e processos. Sob a perspectiva do comum, se podem abordar e elaborar estratégias para muitos campos políticos: a gestão de recursos naturais e da própria relação entre natureza e cultura; a produção e reprodução da vida social (saúde, educação, políticas da mulher, ações afirmativas); a geração, circulação, distribuição e alocação de energia, renda, conhecimento e direitos.</p>
<p> Por outro lado, é preciso admitir que a constituição do comum não ocorre com a produção de um espaço homogêneo e consensual, como se superasse a luta de classe numa convergência definitiva. O comum é substância híbrida que não é eclética, mas atravessada por atritos e conflitos, e que troca energia a todo momento entre as divisões sociais e as pautas políticas, entre a materialidade da pobreza e a reapropriação da riqueza social. <strong>Ademais, o comum que interessa é necessariamente antagonista.</strong> Mas não é antagonista porque se opõe a alguma grande entidade chamada Capital, ao qual devêssemos convergir para efetuar uma luta contra-hegemônica. O discurso da contra-hegemonia não questiona o poder, mas se limita meramente a disputá-lo, numa prisão dialética. O comum antagoniza ao capital enquanto relação social, dentro da qual estamos todos, da mesma maneira que as relações de poder. Por isso, não tem cabimento dissociar fins e meios, o que geralmente está implicado no par estratégia/tática. A relação social do capital não pode ser combatida senão na afirmação de relações outras, além de seus rendimentos como métrica, exploração e subordinação produtivas. <strong>O comum, portanto, é menos o fim do caminho que o ponto de partida, é menos a saída da luta do que o próprio terreno onde a luta entre comunismo e capitalismo passa a acontecer. </strong></p>
<p id="magicdomid55" dir="LTR">Discordando dos saint-simonianos digitais (ou tecnutopistas) e dos ultra-liberais das redes, é preciso admitir que a centralidade do comum não significa que as dinâmicas produtivas que o constituem não sejam objeto de novas investidas do capitalismo, pós-moderno ou cognitivo. Quer dizer, da reconfiguração das relações sociais atravessadas pela divisão de classe e pelo comando capitalista. O domínio do comum também (ou sobretudo) é passível de expropriação.</p>
<p> Mas como se controla o trabalho em dinâmicas de comuns criativos e colaborativas? Qual é a tal diferença entre o capitalismo “analógico” e “capitalismo digital” (para usar um dos chavões binários dos intelectuais apologéticos do “pós-pós”)?</p>
<p id="magicdomid59" dir="LTR">Com efeito, o que muda é a <strong>exploração:</strong> o capitalismo 1.0 organizava a cooperação entre as forças produtivas para poder explora-las. O “comum” era assim “produzido” (e imediatamente subsumido) na divisão capitalista do trabalho (na relação salarial) e explorado indiretamente, por meio dessa divisão técnica. O capitalismo 2.0, ao contrário, explora diretamente o comum (a colaboração) que já existe, como condição prévia: o trabalho colaborativo entre as singularidades (os pontos). No capitalismo 1.0, a exploração determina a colaboração. Um paradoxo que emerge na ambiguidade dos temas do “emprego”. No capitalismo 2.0, a colaboração é condição da exploração e por isso pode acontecer por fora da relação de emprego, na precarização da relação salarial, no terreno da empregabilidade (workfare).</p>
<p id="magicdomid61" dir="LTR">A empresa capitalista, neste cenário, não pode mais controlar diretamente a produção. Porque, na economia da cultura e do conhecimento, a dinâmica do valor está concentrada no capital variável. Noutras palavras, não está mais atrelada ao domínio dos meios de produção e das máquinas, nas condições objetivas da produção, mas na própria subjetividade, na capacidade dos sujeitos cooperarem, criarem em conjunto e se reinventarem. A vida como um todo é investida, à medida que a subjetividade atravessa não só o tempo de trabalho propriamente dito, mas as ações mais cotidianas, o dia-a-dia, a linguagem, a ética e a estética dos sujeitos. É por isso que, no capitalismo cognitivo, a produção social ocupa todas as esferas da existência: o lazer, a educação, os esportes, as relações amorosas, a família, o Estado etc. Não admiram as atividades da publicidade, isto é, a cognição sistemática dos valores de uso, conseguir enxergar valor a ser expropriado por toda parte. Desta forma, busca subsumir as potências de vida em produtos vendáveis, em um imaginário ou em estilos de vida que determinada marca representa. A atividade por excelência do capitalismo cognitivo é o brand management, que opera nas condições subjetivas da produção social.</p>
<p id="magicdomid63" dir="LTR">Por um lado, essa administração capitalista das subjetividades extrai uma quantidade imensa de mais-valor a partir do comum, ao passo que camufla a exploração ao contar com a participação direta dos explorados, assim neutralizando e mistificando o antagonismo entre exploradores e explorados. Por outro, a multidão dos expropriados pode organizar-se autonomamente e dispensar o gestor capitalista. Isto significa conferir um caráter afirmativo, radicalmente democrático e antagonista ao comum. <strong>Ou o comum é uma prática política, ou não é.</strong></p>
<p id="magicdomid66" dir="LTR"><strong>VOLTANDO AO CASO DO FORA DO EIXO</strong></p>
<p id="magicdomid67" dir="LTR">A extração de mais-valor do comum no Circuito FdE não reside, como supõe certa crítica moralista, em algum desvio ou malversação de verbas públicas. Não é que as planilhas não fechem, como se houvesse um rombo escuso. O FdE é bem sucedido (a maioria das vezes) em abrir integralmente as planilhas orçamentárias e prestar contas da aplicação dos recursos. É que, dentro da lógica da teoria do valor, a expropriação do comum não aparece. Pensado isoladamente, caso a caso, o capital investido na produção dos eventos e na gestão das carreiras corresponde à remuneração das partes envolvidas e aos custos operacionais e comerciais. A questão é que, ao assumir o brand management “Fora do Eixo”, sucede uma valorização paralela e cumulativa. A acumulação de valor se dá na integração, na sinergia, na socialização dos múltiplos trabalhos e projetos tomados isoladamente. Daí a formação de um autêntico capital social, de uma intensificação da produção em rede. <strong>Essa valorização difusa supera, exponencialmente, a possível extração de lucro dos empreendimentos isolados. </strong></p>
<p id="magicdomid69" dir="LTR">A <strong>riqueza das redes</strong> (Y. Benkler) aparece, por conseguinte, não da produção de lucros por edital ou evento, mas por meio da apropriação global do valor cognitivo: exploração do comum! Se o FdE reúne confiança coletiva para emitir débitos contra si mesmo, como promessas de pagamento sob o seu guarda-chuva, como o cubocard, isto se deve, em boa parte, ao lastro conferido pelo capital social (“<em>In FdE We Trust!</em>“). O comum é expropriado e se torna renda: não é por acaso que o próprio Capilé fala de um subprime do FdE! Nessa gestão rentista, quanto mais redes parceiras (“rede<strong>s</strong> em red<strong>e</strong>“), quanto mais expansível o FdE se afirmar como brand, maior a captura da produtividade difusa: <strong>as redes que caem na rede</strong>. <strong>Nesse sentido, o FdE é o antípoda da política dos Pontos!</strong></p>
<p id="magicdomid71" dir="LTR">Isso aparece, evidentemente, nas polpudas verbas de publicidade, no interesse que grandes marcas e empresas manifestam em relação aos enfim reencontrados <strong>representantes</strong> da nova juventude, das lutas da geração, do estilo indie, descolado, alternativo etc. Ao não pagar cachês e informar que a planilha fechou, que não sobrou nada, redes como o FdE deixam de divulgar a cadeia produtiva da cultura em sua inteireza, em sua verdadeira cauda longa de circuitos de valorização e apropriação. Num contexto nacional de ascensão de renda e consumo, no interior e nas periferias, o interesse pelos novos mercados consumidores é redobrado. Não soa ilógico, portanto, o FdE propor a participação da Coca-Cola em uma marcha da liberdade em São Paulo, mesmo sem a marca estar diretamente exposta no evento. E é aí, também, que aparece o caráter não-transversal do “movimento”. Não admira, ainda, o caminhar do FdE em direção ao eixo. Trata-se de um ciclo, onde o indie, o alternativo, o independente rapidamente se integram no novo mainstream. Os gestores 2.0 das redes em rede aos poucos mostram a face como os novos capitalistas, afinados com o discurso altercapitalista da sustentabilidade, do cool e da indignação seletiva. São gestores do comum que precisam abafar a qualquer custo o antagonismo e o dissenso, ao mesmo tempo em que mistificam a exploração dos comuns com discursos enviesadamente radicais e antissistêmicos.</p>
<p id="magicdomid74" dir="LTR">… <strong>E O HOMEM CORDIAL VIROU “PÓS-PÓS”</strong></p>
<p id="magicdomid75" dir="LTR">O debate nas redes passou a ser patrulhado pelo mais último jargão: todo dissenso é rancoroso, desatualizado, analógico. O discurso tem que ser “novo” e “pós” e, nessa medida, será “digital”, plugado, pós-rancor. O homem cordial passou a esconder seu autoritarismo soberbo atrás do pensamento binário do “Pós-Pós”.</p>
<p> Ao expor o processo interno de centralização dos calendários de eventos, o FdE não faz mais do que revelar novamente a relação do capital (social). Discordâncias e dissensos significam inscrição em “listas de queimados”, expressando o comando subjacente à gestão das redes. Ao pautar o Fórum de Mídias Livres com o discurso da convergência, ele e suas redes parceiras não fazem mais (e não permitem que se debata mais) do que uma reprodução e alastramento do modelo deles, que, do ponto de vista do novo negócio, vem dando certo. Vem dando certo porque se concilia bem com o funcionamento do Estado e do mercado, quiçá de modo mais eficiente e sinergético do que os modelos antigos, oligárquicos e familiares.</p>
<p>A apropriação do comum depende que todos não só participem da contra-hegemonia, mas invistam a subjetividade, que sejam subsumidos como subjetividades. Não basta trabalhar, é preciso se integrar 24 horas por dia à “causa”, e com entusiasmo. O discurso do pós-rancor aí se inscreve funcionalmente. Assim, se alguém dissente, só pode estar numa vibe ruim, rancorosa, e isso não é só ruim para o consenso, mas para a própria subjetividade que depende da cooperação engajada e integral em primeiro lugar. O capitalismo cognitivo prescreve mais uma subjetividade do que tarefas propriamente ditas. Daí é preciso que todos cooperem felizes numa lógica de trabalho grátis (free, livre), ou do contrário não se pode extrair a renda do comum. No fundo, talvez, o capitalismo desde sempre seja gestão de redes com o propósito de obter mais-valor e acumular a riqueza. E desde pelo menos o modelo japonês, que a sociologia do trabalho conhece por toyotismo, subsista a ideia de gestão horizontal de redes, um outro nome para o controle dos trabalhadores. Por isso, às vezes, a resistência por dentro do comum pode se dar com a não-colaboração. Através da não-colaboração, a ética hacker se mostra mais potente, hackeando consensos e comitês. A ética hacker nesse sentido é uma prática sabotadora e radical. A colaboração entre os hackers se dá através da não-colaboração com práticas antidemocráticas, cada ato de desestabilização e/ou destruição feito pelos hackers é também um ato de cooperação, entre singularidades que se mantêm enquanto tais: o fazer-se da multidão!</p>
<p id="magicdomid82" dir="LTR"><strong>O BRASIL VIVO COMO POLÍTICA DO COMUM</strong></p>
<p>Nos últimos tempos, tem ficado claro como é indispensável produzir o dissenso por dentro dos fóruns, congregações, discursos e práticas do culturalivrismo, midialivrismo e digitalismo. Da mesma maneira que tem ficado claro que a democracia depende das praças Tahrir, Puerta del Sol, Liberty Park e de Pinheirinho. Para que tudo isso não convirja nalguma matriz para um novo capitalismo e não a sua ruptura. É preciso, imediatamente, romper certos consensos, não só sobre a cultura livre, mas também sobre o código aberto, o software livre, a horizontalidade de redes e os creative commons.</p>
<p id="magicdomid85" dir="LTR">Isso pode acontecer, como propomos, dentro de uma perspectiva antagonista de comum. Sair dos cercamentos (enclosures), com efeito, não significa contornar a apropriação do trabalho, mas somente um tipo dela. Tem acontecido uma verdadeira multiplicação das formas rentistas de valorização do capital, que poucos têm se proposto a analisar, mais preocupados em ver a questão como um problema jurídico ou de sustentabilidade profissional.</p>
<p id="magicdomid87" dir="LTR">Embora o software livre conviva bem com marcas consagradas, ele permanece como importante terreno de lutas, que pode e deve ser articulado com as lutas pelo hardware livre e pela banda larga, onde persiste uma gigantesca extração de renda. As lutas não podem ser resumidas às frentes digitalistas, nem a um retorno nostálgico ao 1.0, de tomada dos meios de produção simplesmente objetivos. De qualquer modo, é fundamental repensar as formas de organização, para contestar o núcleo do modo de produção na apropriação do trabalho social. Só assim se pode manter aberto o horizonte de lutas, contra as sínteses conciliadoras. Confrontado pelo ciclo de lutas, o capitalismo se reinventa, e as teorias precisam se colocar à altura das lutas que estão a um passo a frente.</p>
<p>Não há solução dos quebra-cabeças da gestão e da sustentabilidade, a não ser em lutas e políticas públicas que assumam as dimensões biopolíticas da produção do comum. Está em questão o reconhecimento das dimensões produtivas da vida e da diferença como condição da geração da própria vida. Enfim, não se trata de organizar um show, ou um festival, ou um projeto, mas uma política viva, permanente, da cultura do trabalho, uma política do Brasil vivo. <strong>A política dos Pontos</strong> <strong>de Cultura, aliando</strong> <strong>dinâmicas de redes e formas transversais com uma base material de renda e liberdade, já é um esboço dessa saída potente à crise, contra todas as tentativas de reestruturação do altercapitalismo ou capitalismo 2.0. </strong>A política dos Pontos afirma experiências do comum, tão inovadoras e potentes, ao intensificar a produção desejante e os processos de auto-valorização e autonomia e, assim, abrir todos os mercados e marcas à multidão de diferenças e à proliferação de lutas sociais que é o comunismo mesmo, aqui e agora.</p>
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		<title>La Revolución Estudiantil Chilena 2011: Apuntes desde la Teoría Política Contemporánea, para una lucha en desarrollo</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 17:07:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Gigi</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di RICARDO CAMARGO</p>
<p>Resumen: En este artículo se analiza la “Revolución Estudiantil Chilena de 2011”, desde los aportes proveídos por la teoría política contemporánea.<span id="more-1345"></span> En particular, se sostiene que la tesis de Antonio Negri y Michael Hardt sobre la subsunción real del trabajo es clave para entender que lo que experimenta la sociedad chilena es una revuelta de las condiciones del mercado de trabajo más que una mera movilización estudiantil. A su vez, la tesis del capital humano analizada por Michel Foucault permite situar específicamente el carácter de la revuelta en su inscripción de constitución subjetiva. Finalmente, se arguye que las lógicas de articulación desarrollas por Ernesto Laclau son claves para mejor interpretar un acontecimiento tan novedosos, masivo y democrático de articulación social como el ocurrido en Chile durante el 2011.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Revolución &#8211; Estudiantes – Chile – Movilización Social -2011</strong></p>
<p>Las movilizaciones estudiantiles que han tenido lugar en Chile durante el 2011 se alzan como un <em>acontecimiento</em> en el sentido que Alain Badiou le ha dado a este término, esto es, como nos recuerda Žižek:</p>
<p>“[…] la idea [en Badiou] es que el acontecimiento es algo que emerge de la nada. Existe en la realidad positiva del ser lo que Badiou llama <em>siete événementielle</em>, el sitio potencial del acontecimiento, pero el acontecimiento es, digamos, un acto autónomo abismal, que se fundamenta a sí mismo. El acontecimiento no se puede derivar de, ni reducir a, un determinado orden del ser” (Žižek and Daly 2004: 136).</p>
<p>Pero ¿son realmente las movilizaciones estudiantiles que observamos en el Chile actual un acto autónomo abismal que no se pueden derivar de, ni reducir a un determinado orden material? Convengamos, que el propio Žižek ha rechazado esta manera de entender el acontecimiento por considerarla demasiado idealista, y ha planteado en cambio lo que me parece es un punto de inicio correcto para analizar fenómenos sorprendentes, como ciertamente son las movilizaciones estudiantiles a las que me estoy refiriendo. Nos dice Žižek:</p>
<p>“El problema materialista es cómo pensar la unidad del ser y el acontecimiento […] cómo un acontecimiento puede emerger desde el orden del ser&#8230;es decir, cómo el orden del ser tiene que estar estructurado de forma tal que algo como un acontecimiento sea posible” (Žižek and Daly 2004: 137)</p>
<p>Me parece que esta forma de aproximarse a un fenómeno novedoso, a saber, interrogarse por la forma en que la realidad debe estar estructurada para que un acontecimiento ocurra, es una buena manera de pensar las movilizaciones estudiantiles del Chile actual. Ello, ciertamente, no supone negar su carácter radicalmente novedoso que pudiesen tener, sino más importante aún, permitiría evitar construir una configuración de ellas que sólo realce su novedad. Y, por el contrario, acentué las mutaciones de la estructura productiva capitalista, y especialmente de las relaciones laborales, que tuvieron que afectar el orden de la realidad para que ellas, las movilizaciones estudiantiles, tuvieran lugar –una perspectiva que en la actualidad ha sido destacada por autores como Antonio Negri y Michael Hardt. Al mismo tiempo, ello permitiría hacer aparecer una dimensión siempre presente en todo acontecimiento político, como lo es la lógica de la articulación en el sentido técnico que Ernesto Laclau  ha dado a dicho término en varios de sus trabajos (1990; 1994; 2005).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>De la subsunción formal a la real en el capitalismo global contemporáneo</strong></p>
<p>En dicho espíritu de análisis, es preciso constatar primero que una de las mutaciones centrales que parece relevante rastrear para explicar la “revolución estudiantil chilena de 2011” es aquélla en la que Antonio Negri ha venido insistiendo al menos desde su texto <em>El Trabajo de Dionisio</em> (1994), pero que alcanza su consagración más explícita en <em>Commonwealth</em> (2010), ambos escritos en coautoría con Michael Hardt, me refiero a la predominancia casi total que ellos sostienen existiría hoy de la categoría de <em>subsunción real</em> en el capitalismo global contemporáneo.</p>
<p>La idea es que en el capitalismo contemporáneo la <em>subsunción formal</em> del trabajo por parte del capital de que hablara Marx ha dado paso a una <em>subsunción total o real</em>. Negri y Hardt, lo exponen en los siguientes términos:</p>
<p>“Según Marx, en la primera de estas dos fases, la subsunción formal, el proceso de trabajo es subsumido bajo el capital, es decir, queda envuelto en el interior de las relaciones capitalistas de producción de tal forma que el capital interviene como su director o su administrador. Sin embargo, en esta disposición, el capital subsume el trabajo tal y como lo encuentra; el capital se apodera de los procesos de trabajos existentes, desarrollados en modos de producción anteriores o en cualquier caso en el exterior de la producción capitalista. Esta subsunción es <em>formal</em> en la medida en que el proceso de trabajo existe dentro del capital subordinado a su mando como una <em>fuerza exterior importada</em>, nacida en el exterior del dominio del capital. El capital tiende, sin embargo, mediante la socialización de la producción y la innovación científica y tecnológica, a crear nuevos procesos de trabajo y a destruir los antiguos, transformando la situación de los diversos agentes productivos. De este modo, el capital pone en marcha un modo de producción específicamente capitalista. Así pues, la subsunción del trabajo se denomina real cuando los procesos mismos de trabajo nacen dentro del capital y por ende cuando el trabajo queda incorporado no como una fuerza externa sino interna, propia del capital mismo” (Negri y Hardt 2003: 40).</p>
<p>Negri y Hardt han sostenido que hoy esta tendencia hacia la subsunción real del trabajo al interior del capitalismo parece prácticamente total. La relevancia de esta tesis, es que no existiría un orden del trabajo exterior al sistema productivo capitalista. Es decir, no tendría sentido hoy concebir una caracterización del sistema capitalista global en donde convivieran “marginados o privilegiados de la tierra”, esto es, algún sector que por condiciones estructurarles esté o negativa o positivamente marginados formalmente del sistema productivo capitalista, como lo podrían haber sido en otros tiempos: la población inmigrante ilegal o los estudiantes o intelectuales. Aquellos sectores que llevaron alguna vez a un autor como Marcuse a imaginarlos como los protagonistas de una política emancipadora mundial en contra de la sociedad de capitalismo industrial avanzado (Marcuse 1968: 55; 2010: 254-255).</p>
<p>Significa ello, sin embargo, ¿qué en la etapa actual del capitalismo global, la tesis de la no exterioridad vaya de la mano de una total integración social, económica, política y cultural de los trabajadores? Ciertamente la respuesta no sólo es negativa, sino que lo que conviene apuntar aquí es a la operación de un particular tipo de ideología que permitiría la convivencia de una total interioridad de los procesos productivos, por una parte, con una alta potencialidad de explosividad social y eventualmente política, por otra (que por lo demás sería una de las claves explicativa de las movilizaciones estudiantiles del Chile actual).</p>
<p>En efecto, la idea que Negri y Hardt han rescatado, es aquella intuición que Marx formulara en un pasaje clásico de los <em>Grundrise</em>, en donde Marx dice:</p>
<p>“Conforme avanza la industria en gran escala, la creación de la riqueza real depende menos del tiempo de trabajo y la cantidad de trabajo invertida que del poder de los agentes puestos en acción durante el tiempo de trabajo” (Marx 1973: 596).</p>
<p>Negri y Hardt han leído ahí una observación clave que apunta al fondo del cambio cualitativo del capitalismo global contemporáneo, a saber: que con la introducción de la tecnología, la medición del rendimiento individual del trabajador deviene en imposible. Cito a Negri y Hardt:</p>
<p>“La fuente de producción capitalista se traslada del trabajo individual al social y por último al capital social, sobre todo en lo relativo a las innovaciones tecnológicas [...] Lo que no significa que el trabajo deje de ser la fuente creativa e innovadora de la producción y de la sociedad capitalista, sino que sencillamente el capital ha conquistado el suficiente poder como para mistificar de una nueva forma su papel” (Negri y Hardt 2003: 41).</p>
<p>Ahora bien, ¿cual es esta nueva forma en que el capital ha mistificado su papel?</p>
<p>Son el propio Negri y Hardt quienes la describen en un pasaje que cito a continuación:</p>
<p>“En el modo de producción específicamente capitalista, en la subsunción real, el trabajo –o inclusive la producción en general- ya no aparece como el pilar que define y sostiene la organización social capitalista. La producción asume una cualidad objetiva, como si el sistema capitalista fuera una máquina que marchara espontáneamente, un autómata capitalista. Hasta cierto punto, esta imagen representa la realización de un viejo sueño del capital: el de presentarse a sí mismo separado del trabajo, el de presentar una sociedad capitalista que no mira al trabajo como a su fundamento dinámico, rompiendo de tal suerte la dialéctica social caracterizada por el conflicto continuo entre capital y trabajo […] La imagen del mercado autónomo y el sueño de la autonomía del capital respecto al trabajo forman los pilares de la ideología capitalista contemporánea (aunque, como no tardaremos en comprobar, se trata de una ideología ilusoria), que prescriben al análisis económico la atención exclusiva a la circulación” (Negri y Hardt 2003: 41-42).</p>
<p>La ilusoriedad a la que se refiere Negri y Hardt es importante destacar acá. Es precisamente en dicha ilusión de un mercado autónomo del trabajo en donde ellos anidan su tesis polémica de la inminencia de la transformación capitalista. Lo que le interesa a Negri y Hardt destacar es que hoy el capitalismo aunque lo intenté no puede negar que basa su funcionamiento como nunca en una multitud de trabajadores pertenecientes a circuitos mayor o menormente reconocidos de producción. Más aún, hoy como nunca la <em>proletarización</em> o si quiere la configuración de un sociedad de trabajadores (aunque muchas veces no reconocidos como tal) es absolutamente palpable. A diferencia, insisto, del capitalismo del estado de compromiso en donde era plausible pensar privilegiados y marginados del trabajo, hoy lo que existe más bien es un trabajo pauperizado y muchas veces no remunerado, esto es, no reconocido como tal. De allí que el capital pueda ilusoriamente presentarse autónomo y también en algún sentido necesite dicho sueño de autonomía al que se refería Negri y Hardt para reafirmarse en su validez, pues, como nunca, vivimos una época histórica en el que no parece haber exterior al capital y éste depende directa y totalmente del trabajo. En definitiva, la reflexión de Negri y Hardt permite observar que seguiría existiendo una mistificación en el capitalismo actual. Una mistificación que quizás ya no esté alojada al nivel de las conciencias de los individuos que como Žižek lo ha destacado a menudo, “saben bien lo que hacen”, sino al nivel de las prácticas sociales, las que aparecen revestidas de una excesiva carga simbólica (tendencias, fama, afecto, solidaridad, generosidad, etc.) que las fetichizan e impiden ver lo que realmente son y que es en lo he venido insistiendo en esta presentación, a saber: trabajo no remunerado; trabajo cognitivo invisibilizado.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>De la Subsunción Real a las Teorías del “Capital Humano”</strong></p>
<p>Ahora bien, ¿cuáles son las consecuencias que de estas reflexiones podemos sacar para el análisis de las movilizaciones estudiantiles del Chile actual?</p>
<p>Lo que quiero sugerir, es que tomadas en su mérito, las lecturas de Negri y Hardt resultan particularmente útiles para referir al contexto estructural en que dichas movilizaciones tienen lugar. En efecto, “la revolución estudiantil chilena de 2011”, no pueden ser consideradas como una protesta de los excluidos (que ya no existen), sino apurando un término, más bien de los <em>incluidos precariamente</em>; todos ellos trabajadores, potenciales o actuales. Algo a lo que nuestros analistas de prensa local, sin mucho saber lo que dicen aluden cuando comentan periodísticamente “esto ya dejo de ser una protesta de estudiantes”. La pregunta en verdad que habría que hacer es ¿si alguna vez lo fue?</p>
<p>En efecto, como dan cuenta muchos reportes<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>, el sistema educativo chileno desde su reforma estructural ocurrida en los primeros años de la década del ochenta del siglo pasado (1981), durante la dictadura de Pinochet, se configuró siguiendo  explícitamente la teoría neoliberal del “capital humano”.</p>
<p>La teoría del “capital humano”, como Foucault lo ha descrito magistralmente en su clase <em>El Nacimiento de la Biopolítica</em>, responde a la tendencia característica de la escuela de los llamados neoliberales americanos, que se gestan al alero de la escuela de economía de la Universidad de Chicago en la década de 1950 y 1960 comandados por autores como Theodore Schultz y Gary Becker, ganadores del premio Nobel de economía en 1979 y 1992 respectivamente, y que busca como motivo central extender la racionalidad de mercado a ámbitos considerados hasta entonces como no económicos.</p>
<p>Así, la teoría del “capital humano” tiene lugar como consecuencia de los esfuerzos de los economistas americanos por resituar el problema del trabajo dentro de la operatoria del mercado, no ya como un factor que vende su fuerza de trabajo para sobrevivir, si no, por el contrario, desligándolo de las lógicas de producción e intercambio, a fin de observarlo como a un sujeto definido esencialmente por su capacidad o incapacidad de tomar decisiones económicas. En tal sentido se presenta como una línea de reflexión absolutamente coherente con la ilusión de autonomía del capital que Hardt y Negri plantearan antes.</p>
<p>Se trata si se quiere de una operación peculiar de abstracción que sigue, sin embargo, la línea que Foucault observa, el liberalismo clásico había inicialmente trazado con la figura del <em>homo oeconomicu</em>. La diferencia, sin embargo, está dada por la sofisticación desplegada por los economistas americanos para concebir al trabajador como una unidad que ya no sólo, y ni siquiera fundamentalmente, dispone de una cantidad de trabajo que aporta al proceso productivo, sino que de lo que dispondría es de una <em>condición cualitativa</em> que puede incrementar o decrecer, pero que en todo caso lo haría en sí mismo un generador de riqueza, tal y como cualquier capital lo es. Así como la tierra genera una renta, también lo haría el trabajador puesto que, ¿qué es fundamentalmente un trabajador –se preguntarán estos economistas- sino un “capital humano”, y su remuneración, entonces, la renta que es capaz de producir de acuerdo a la rentabilidad que tenga como capital?</p>
<p>La idea de “capital humano” será una de las nuevas configuraciones que los neoliberales americanos atribuirán entonces al nuevo homo <em>oeconomicu</em>, que convendrá denominar ahora <em>homo empresario</em>. En efecto, la noción de empresario, y mejor aún, como Foucault lo ha destacado con originalidad, la noción de <em>empresario de sí mismo</em>, será la categoría rectora con la que funcionará la racionalidad económica del neoliberalismo americano.</p>
<p>No es difícil advertir las consecuencia que a nivel de prácticas gubernamentales esta categoría de <em>homo empresario</em> produce, a saber: un conjunto de intervenciones gubernamentales -desde y fuera del gobierno, conviene precisar- destinadas no sólo a difundir la figura del empresario a nivel de ideario o de ideología, sino también destinadas a intervenir directamente en la configuración del “capital humano” (cualidades productivas) de los individuos considerados como población. Ello ha dado lugar, a un conjunto de prácticas gubernamentales centradas en las llamadas políticas educacionales para el trabajo. Sin embargo, las intervenciones de gobierno inspiradas en la teoría del “capital humano” son mucho más amplias y se extienden a una gama de ámbitos que alcanza toda la vida del individuo. Citemos a Foucault en esto:</p>
<p>“Y por último, es necesario que la vida misma del individuo –incluida la relación, por ejemplo, con su propiedad privada, su familia, su pareja, la relación con sus seguros, su jubilación- lo convierta en una suerte de empresa permanente y múltiple” (Foucault 2007: 277)</p>
<p>En efecto, a los factores adquiridos del “capital humano” sobre los cuales trabajan las políticas educacionales, uno pudiera sumar también, las políticas que estimulan la asunción privada de los riesgos de la vida social y del trabajo, como la salud, la capacitación, la jubilación. Al final de cuenta si uno es un buen “empresario de sí mismo”, debería ser capaz de prever y aprovisionar los ingresos suficientes para cubrir los costos y eventualidades que enfrentará en su vida como capital. Será <strong><em><span style="text-decoration: underline;">su</span></em></strong> responsabilidad.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Explicando La Revolución Estudiantil Chilena de 2011</strong></p>
<p>Lo anterior permite observar la “Revolución estudiantil chilena de 2011” con otra mirada, distinta de aquella que tiende atribuirle a esta movilizaciones un carácter meramente accidental o, como se ha dicho, como expresión de un mero malestar de una “sociedad opulenta”. En efecto, las movilizaciones estudiantiles del Chile actual comienzan como protestas de actores individuales (estudiantes) que rápidamente se articulan colectivamente (Federaciones de estudiantes), que lo que piden y exigen es el alivio de su situación de endeudamiento producida por créditos gravosos adquiridos para costear su educación superior universitaria<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>.  Dentro de la lógica del capital humano se trata, si se quiere, de “empresarios de sí mismos” que ven colapsada su “responsabilidad” por educarse, debido al alto costo que experimentan al hacerlo. Esto es importante tenerlo en cuenta, puesto que no es verdad que, en un inicio al menos, las movilizaciones estudiantiles alcancen masividad por una adscripción ideológica a un modelo educativo alternativo al profesado por la teoría del “capital humano”, sino más bien por un cierto agotamiento interno de dicho modelo educativo, que funcionó por años jalonado por sus propios usuarios, los estudiantes y sus familias, que veían en él la ilusión de forjarse como capitales productivos.</p>
<p>La sociedad chilena obligada, a sangre y fuego, a funcionar por más de cuarenta años dentro del neoliberalismo, y en particular, en el ámbito que analizamos, al alero de las teorías del “capital humano”, ha adaptado muy funcionalmente sus actuaciones a dicho modelo. De allí que no es dable sostener que el reventón inicial de las movilizaciones estudiantiles que analizamos se deba en un medida central a la maduración de un proyecto anti-neoliberal en el seno de los movimiento sociales como creen muy optimistamente algunos, al menos no en una forma articulada o contra hegemónica. Ello no significa, por cierto, que una reacción, en la forma de resistencia <em>à la</em> Foucault, al neoliberalismo que existe hoy en Chile no haya ganado terreno en los últimos años, pero en ningún caso ello ha ocurrido como articulación de un bloque hegemónico, en el sentido que Laclau le da a este término.</p>
<p>Muy por el contrario, insistimos acá, la “revolución estudiantil chilena de 2011” ha sido desde el comienzo un reventón del proceso de formación del trabajador productivo, el que incrementó brutalmente sus costos de formación debido a factores coyunturales, tales como: la mala implementación de créditos con aval del estado (CAE) o las altas tasas de interés de los mismos. En tal sentido, lejos de ser una mera revuelta estudiantil, debe considerarse propiamente como una movilización de una sociedad inmersa en el trabajo (subsunción real), cuyos individuos ven angustiosa y gravosamente incrementada sus condiciones laborales (“capital humano”) futuras (por el nivel de deuda con el que ingresarán al mercado del trabajo) y reclaman por ello.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Hacia el Despliegue de una Lógica Articulatoria</strong></p>
<p>Sin embargo, la movilización “estudiantil” (ahora entre comillas) también muestra lo rápido que una movilización de un sector social específico, gatillada por un mal funcionamiento de la ideología de la autonomía del capital, o si prefiere del totalitarismo del capital que alcanza incluso al trabajador concebido ahora como capital, puede derivar, con articulación y lucha, en una movilización que cuestione las bases mismas de un sistema educativo inscrita en la égida de la teoría del “capital humano”.</p>
<p>En efecto, la demanda en contra del endeudamiento, aunque aún inscrita dentro de una idea de educación para el trabajo, confronta implícitamente la ideología subyacente de la auto-formación del trabajador como capital productivo. En esto, es importante ver la complementariedad que los análisis de Negri-Hardt y Laclau tienen para explicar acontecimientos políticos que escapan al orden normal de las cosas, o que aparentemente no son explicados desde la perspectiva de los elementos representados  en un orden establecido, a decir de Badiou.</p>
<p>En efecto, la “revolución estudiantil chilena de 2011” encuentra, como he dicho, en la demanda en contra del endeudamiento un significador maestro efectivo pero mutable. Se trató en una primera instancia de una demanda levantada originalmente por lo sectores estudiantiles tradicionalmente más organizados y politizados, radicados en  la Federación de Estudiantes de la Universidad de Chile y a lo que se sumó esta vez la Federación de Estudiantes de la Universidad Católica, las dos más tradicionales y prestigiosas universidades de Chile. Sin embargo, esta demanda de carácter tradicionalmente económico permitió que la movilización estudiantil encontrará apoyo en el sector de los estudiantes universitarios más precarizados, pero con alto nivel de expectativas de movilidad social, que no están curiosamente en las Universidades de Chile y Católica, sino en las Universidades de Provincia y centralmente en los Institutos Profesionales (IP) y los Centros de Formación técnica (CFT). La extensión de esta demanda se explica en gran medida por el malestar que ella logró encarnar. Un malestar producido por el contraste entre las expectativas de asenso social y la frustración de dicha posibilidad que el sistema superior de educación chileno, no sólo universitario sino también en el ámbito de los IP y CFT, ha generado diferenciadamente.</p>
<p>La realidad que se confrontaba era, por una parte, el deseo de educarse de miles de hijos de familias chilenas de clase media a fin de ascender socialmente, lo que en Chile de cuarenta años de neoliberalismo es un rezo que nadie discute, con, por otra parte, un nivel abultado de endeudamiento (que ha permitido la masividad de la educación a nivel superior). Todo ello, daba lugar a situaciones tan absurdas e injustas como el que un alumno al terminar su carrera quedaba con una deuda tres veces mayor al costo ya alto de la carrera que estudiaba.</p>
<p>Esta demanda en contra del endeudamiento logra también encarnar la frustración material que se anida en los sectores estudiantiles secundarios, y en sus familias, que ni siquiera logran llegar a la educación superior, porque son parte de un sistema educativo segregado que los condena a una educación de mala calidad. En rigor, es en dicho sector social donde esta demanda en contra del endeudamiento hizo más carne y encontró más sentido que en el lugar donde se originó (la Universidad de Chile y la Pontificia Universidad Católica, que comparativamente hablando mantienen estudiantes más privilegiados).</p>
<p>Ahora bien, la “revolución estudiantil chilena de 2011” también muestra un rasgo muy peculiar que en la configuración de un proceso articulario como el descrito se produce al interior de una demanda que adquiere el estatus de significador maestro,  a saber: su capacidad de mutación o si se quiere de adecuación de su contenido particular a fin de poder encarnar una universalidad.</p>
<p>En efecto, la demanda en contra del endeudamiento, aunque dúctil para aglutinar en ella las frustraciones y exigencias de un sector importante y significativo de los estudiantes superiores y secundarios chilenos, así formulada -como demanda en contra del endeudamiento- no lograba aún ser un receptáculo adecuado para sumar a un tercer sector que resultó clave para la masividad inédita que alcanzaron las movilizaciones sociales en Chile durante el 2011, a saber, la opinión pública. Es por ello, que fruto, y al calor del proceso articulatorio, la demanda estudiantil antes descrita fue paulatinamente mutando hacia una demanda más abstracta, menos específica, y si se quiere más político-ideológica que levantaba ahora las banderas de la educación pública gratuita. Una demanda que así presentada, en su vaciedad, se erigía como un receptáculo ideal que progresivamente iba conteniendo energías discursivas antagónica al modelo de educación de mercado y regido por las teorías del “capital humano” que domina la sociedad chilena. Ello, a su vez, comenzaba a mostrar, por primera vez después de casi cinco décadas en Chile (desde 1973) &#8211; esperanzadoramente habrá que admitir- la articulación de un incipiente nuevo discurso contra-hegemónico.</p>
<p>Podemos así observar, para concluir, que la “revolución estudiantil chilena de 2011”, no sólo nos entrega motivos para adherir a una importante causa emancipadora que se está produciendo en Chile, sino además nos provee de un excelente laboratorio para observar cómo se están desplegando las luchas de articulación política en sociedades complejas como la chilena. En ello, el arsenal teórico propuesto por Negri-Hardt (la tesis de subsunción real), Foucault (la genealogía de las teorías del “capital humano”) y Ernesto Laclau (las lógicas de articulación política<a title="" href="#_ftn3">[3]</a>) resultan vitales para entender, tal y como lo demuestra el caso chileno, que las luchas políticas contemporáneas están directamente enraizadas en una nueva estructura de capitalismo global (la subsunción real del trabajo al capital). La que provee el marco de actuación de las lógicas articuladoras  y de construcción de hegemonía sugeridas por Laclau. Un marco, valga precisarlo, que no determina “en última instancia” dichas lógicas como el viejo marxismo ortodoxo sostenía, sino muy por el contrario acrecienta su contingencia. Ello lleva incluso a mutaciones aceleradas en el carácter de los significadores maestros, como ocurre con el paso de la “demanda en contra del endeudamiento” a otra demanda por la “educación gratuita”, en el caso en comento. Todo ello nos obliga a agudizar nuestros análisis, a mantener una actitud crítica con nuestros marcos teóricos, y sobre todo a realizar permanentemente “análisis concretos de las situaciones concretas”. Por lo demás, la situación de la “revolución estudiantil chilena de 2011” sigue abierta, como lo deberían seguir estando también nuestros análisis.</p>
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<p><strong>Bibliografía</strong></p>
<p>Biglieri, Paula (2011), “El Enfoque Discursivo de la Política: A Propósito del Debate sobre el Pueblo como Sujeto de una Posible Política Emancipadora. Laclau, Žižek y De Ipola”, <em>Debates y Combates</em>, N° 1, Noviembre de 2011, pp. 91-111.</p>
<p>Foucault, Michel (2007), <em>El Nacimiento de la Biopolítica</em>. Buenos Aires: FCE.</p>
<p>Laclau, Ernesto, (1990), <em>Nuevas reflexiones sobre la revolución de nuestro tiempo</em>. Buenos Aires: Nueva Visión, 2000.</p>
<p>Laclau, Ernesto, (1994), “¿Por qué los significantes vacios son importantes para la política?” en <em>Emancipación y diferencia</em>. Buenos Aires: Ariel, pp. 69-86.</p>
<p>Laclau, Ernesto (2005), La razón populista. Buenos Aires: FCE.</p>
<p>Marcuse, Herbert (1968).<em> El Final de la Utopía</em>, Barcelona: Editorial Ariel.</p>
<p>Marcuse<em>,</em> Herbert (2010).<em> El Hombre Unidimensional</em>, Barcelona: Editorial Ariel.</p>
<p>Marx, Karl (1973), <em>Los Fundamentos de la Economía Política</em>, trad. Alberto Corazón. Madrid: Siglo XXI.</p>
<p>Negri, Antonio y Hardt, Michael (2003). <em>El Trabajo de Dionisio</em>, Madrid: Ediciones Akal.</p>
<p>Žižek, Slavoj y Daly, Glyn (2004). <em>Conversations with Žižek</em>. Cambridge: Polity Press<em> </em>[Trad. español: <em>Arriesgar lo imposible. Conversaciones con Glyn Daly</em>. Madrid: Editorial Trotta, 2005].</p>
<div></div>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[1]</a> Véase lo reportes y publicaciones del Observatorio Chileno de Políticas Educativas de la Universidad de Chile, disponible en <a href="http://www.opech.cl/inv/inv.html">http://www.opech.cl/inv/inv.html</a>  (consultado el 20.01.2012)</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[2]</a> Para una secuencia de los hitos más importantes que marcaron la “revolución estudiantil Chilena 2011”, véase: http://www.dipity.com/Cecso/Movimiento-Estudiantil-2011/ (Consultado 06.02.2012)</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[3]</a> Véase también Biglieri (2011: 91-111)</p>
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</div>
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		<title>Prime note per una inchiesta politica nel Mezzogiorno</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 12:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di FRANCESCO MARIA PEZZULLI Come articolare una inchiesta politica nel Mezzogiorno? Come far si che il momento conoscitivo non sia disgiunto da quello politico? Risposte preconfezionate non ce ne sono, il tema è quanto mai spinoso. Le note che seguono sono state elaborate nell’ambito del seminario di ricerca “New welfare per un Sud Comune”, tenutosi a Cosenza tra dicembre 2011 e febbraio 2012, che ha affrontato i temi chiave dello sviluppo capitalistico finanziario e delle potenzialità di lotta che si danno nel nuovo assetto. Il tema dell’inchiesta, approfondito criticamente durante una giornata dei lavori, è stato costante nel dibattito che ha percorso l’intero seminario. Una domanda rivoltaci più di una volta è stata la seguente:...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di FRANCESCO MARIA PEZZULLI</p>
<p>Come articolare una inchiesta politica nel Mezzogiorno? Come far si che il momento conoscitivo non sia disgiunto da quello politico? Risposte preconfezionate non ce ne sono, il tema è quanto mai spinoso.<span id="more-1336"></span> Le note che seguono sono state elaborate nell’ambito del seminario di ricerca “New welfare per un Sud Comune”, tenutosi a Cosenza tra dicembre 2011 e febbraio 2012, che ha affrontato i temi chiave dello sviluppo capitalistico finanziario e delle potenzialità di lotta che si danno nel nuovo assetto. Il tema dell’inchiesta, approfondito criticamente durante una giornata dei lavori, è stato costante nel dibattito che ha percorso l’intero seminario. Una domanda rivoltaci più di una volta è stata la seguente: se l’inchiesta rappresenta un ambito dove sono tenuti assieme “produzione di sapere”, “produzione di soggettività” e “organizzazione politica”, quali potenzialità potrà mai questa esprimere in un territorio come il Mezzogiorno che da oltre mezzo secolo – esclusion fatta per i tumulti recenti – è refrattario all’azione collettiva ed alla lotta politica?</p>
<p>Dicevamo che non abbiamo risposte preconfezionate, quello che sappiamo però è che l’unica risposta possibile non è di tipo logico, ma pratico. Solo immergendoci nel lavoro d’inchiesta, facendogli muovere i primi passi, è possibile trarre risposte conseguenti: negarsi prima dell’esperienza è un atto di fede o una convinzione conservatrice. Per arrivare a Messene, come ricorda il vecchio sul ciglio della strada di Esopo, bisogna prima d’ogni considerazione iniziare a camminare.</p>
<p>Le note appresso riportate vogliono essere un incipit per il cammino, un riferimento iniziale per chi intende cimentarsi operativamente in un’inchiesta politica nel Mezzogiorno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I. Il Mezzogiorno è globalizzato e neofeudale. Nella globalizzazione si usa dire tutto cambia ed assume un nuovo significato, ed anche il Mezzogiorno non fa eccezione a questa regola. Il Mezzogiorno è globalizzato in quanto inglobato in trame finanziarie, produttive e politiche che influiscono direttamente sulla vita dei meridionali.  Questo non significa che i “luoghi” non abbiano importanza in termini di influenza e di azione politica, solamente che non hanno nulla di “originario”, nessuna eredità culturale che li rende esterni ai processi politici sovranazionali. In altri termini, non esiste un Mezzogiorno “altro” dal capitalismo, esiste un capitalismo che “produce” le località meridionali, che ne ridisegna i poteri reali, le gerarchie, le identità e le differenze. I luoghi, e soprattutto i soggetti che li abitano, sono storicamente “modellati” e “ri-costruiti” da processi politici imposti a livello globale che, a seconda delle specificità contestuali, incontrano maggiori o minori resistenze. Bisogna evitare di cedere al fascino delle eredità culturali dei luoghi che abitano soggetti.</p>
<p>Il Mezzogiorno è “neofeudale”… quante volte è stato ripetuto! Nel primo meridionalismo si è parlato di neofeudalesimo per indicare lo stato feudale dei rapporti agrari nel sud al momento dell’unità nazionale. Nei decenni successivi, fino ad oggi, il concetto è stato più volte ripreso per indicare nuovi rapporti, tipi e modalità di dipendenza personale. Passare in rassegna le similitudini neofeudali dei poteri locali dal periodo unitario è utile perché offre un quadro di riferimento storico all’inchiesta politica che, di converso, si occupa prioritariamente dei cambiamenti intervenuti nel “potere di normalizzazione sociale” delle reti locali. Da questo punto di vista, l’attenzione va spostata sulle specificità del “processo di rifeudalizzazione” tipico della fase politica che stiamo vivendo; processo attorno al quale, come sottolinea Negri, «si costruisce un nuovo processo di valorizzazione che si giova della nuova base tecnologica (informatica, telematica, eccetera) e di una nuova forza lavoro mobile e flessibile e (a un tempo) matura e riflessiva, e soprattutto altamente cooperativa – allo scopo di frammentarla, gerarchizzarla, sottoporla al dispotismo della misura del capitale. “Rifeudalizzare” quello che è divenuto sempre più “comune”». Su questo punto è bene intendersi: per comune non intendiamo semplicemente i beni comuni naturali come l’acqua o i frutti della terra, anch’essi in tempi recenti sotto attacco del nuovo regime finanziario. Con la parola comune intendiamo soprattutto il fondamento dell’odierna produzione sociale che è sempre più caratterizzata dai saperi, dalle informazioni, dagli affetti e dalla cooperazione umana, dimensioni sociali senza le quali sarebbe oggi impossibile ottenere «la ricchezza comune del mondo materiale».</p>
<p>La concezione dalla quale muoviamo con l’inchiesta politica nel Mezzogiorno, dunque, è relativa alle determinanti capitalistiche del passaggio storico che stiamo vivendo. Rintracciare divari e differenze, da questa angolazione, significa rilevare le diverse intensità con cui il capitalismo finanziario si impone nei diversi territori. Questo nuovo processo d’accumulazione in corso riconosce il comune come fondamento della produzione sociale della ricchezza e lotta in ogni modo per espropriarne le potenzialità e le risorse, ossia per farlo rientrare nei canoni dell’appropriazione privata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>II. Nel periodo di formazione del capitalismo industriale la stagione di rifeudalizzazione della società e dei costumi fu una reazione energica delle classi feudali alle trasformazioni generatesi nel corso dell’accumulazione originaria. Anche nel regno di Napoli, tra il XVI e il XVII secolo, lo sviluppo mercantile del feudo culmina nel processo di rifeudalizzazione, che ricostringe i rapporti terrieri ed agrari di origine mercantile, o già capitalistici, nel quadro delle forme giuridiche feudali (il fedecommesso, il maggiorasco, la commenda, eccetera). Tutto ciò provocò, come ha efficacemente descritto Sereni, «una grande guerra contadina del Mezzogiorno». In ogni momento chiave dello sviluppo capitalistico il processo d’accumulazione ha significato impoverimento dei lavoratori, costretti alla precarietà e all’emigrazione, e legittimazione di nuovi rapporti sociali e di potere. Oggi, grazie allo stato d’eccezione che la crisi del debito e la minaccia del default hanno determinato, la rifeudalizzazione si presenta, a un tempo, come ideologia dell’austerity e attacco al comune, come distruzione del welfare e precarizzazione della forza lavoro, come privatizzazione di beni comuni naturali e indebitamento crescente di singoli e famiglie.</p>
<p>Il processo di rifeudalizzazione nel Mezzogiorno può essere letto, in generale, da una duplice angolazione: come risultato del processo di finanziarizzazione economica e come del processo di localizzazione delle soggettività.</p>
<p>Su quest’ultimo versante importanti indicazioni metodologiche le ricaviamo da Foucault e Appadurai. Il primo perché inquadra il potere come qualcosa di peculiare all’assoggettamento delle singolarità e ci permette, in tal modo, di individuare gli operatori di dominazione specifici all’interno di un relazione sociale di potere. «Si tratta di mostrare – scrive in un corso del 1976 &#8211; come siano le relazioni di assoggettamento a fabbricare dei soggetti». Appadurai, invece, perché inquadra questa fabbricazione dei soggetti nella tematica della “conoscenza locale”, che viene a sua volta definita come «produzione di soggetti locali affidabili e allo stesso tempo produzione di vicinati affidabili entro i quali quei soggetti possono essere riconosciuti e organizzati». La rifeudalizzazione, dunque, a partire da quanto ci hanno insegnato questi autori è un processo biopolitico finalizzato alla legittimazione sociale e alla riproduzione di regole e valori che agli occhi, al cuore e al cervello dei soggetti locali, devono apparire naturali, immodificabili ed eterni. Contro questa ideologia, e soprattutto contro le pratiche che la sostengono, l’inchiesta politica deve compiere la sua narrazione del Mezzogiorno neofeudale. Deve individuare come si producono soggetti locali affidabili, dal momento in cui la comprensione delle modalità e delle tecniche di “localizzazione” (assoggettamento) sono imprescindibili per definire azioni politiche efficaci e contrapporsi alla corruzione materiale e morale imposta dalle reti di potere.</p>
<p>Un terzo riferimento metodologico, di estrema importanza ai fini dell’inchiesta, è relativo ai lavori dell’officina teorica marxista e operaista che si formò in Italia dentro le lotte degli anni ’60 e ’70. Grazie al metodo del “Laboratorio Italia”, ed alla conricerca da questo sviluppata, vennero descritti gli aspetti salienti delle tendenze capitalistiche allora in corso e, soprattutto, si tentò di spingere in avanti tali tendenze, al fine di piegare e orientare dal basso le innovazioni che le lotte sociali e operaie imponevano al modo di produzione capitalistico. Quello che economisti e sociologi ci ripetono da un ventennio circa (e sul quale hanno costruito formidabili carriere universitarie e fortune personali) il laboratorio Italia l’aveva individuato sul nascere: il passaggio post fordista dell’industria, l’impatto sociale della rivoluzione informatica, il decentramento produttivo e la società dei servizi, la figura del lavoro immateriale come egemone del capitalismo che veniva, eccetera eccetera. Oggi è il momento in cui dobbiamo scassinare la cassaforte ed impossessarci dell’eredità teorico metodologica che queste analisi ci tramandano, dobbiamo iniziare a criticare e rielaborare al presente le categorie del Laboratorio Italia, per renderle adeguate alla comprensione e sovversione del capitalismo finanziario e biopolitico imperante.</p>
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<p>III. La forza delle reti locali di potere è stata celebrata come notevole, vertiginosa e insuperabile. Gli aspetti arcaici, tradizionali e violenti fanno da sfondo all’opera dei media che, allo stesso tempo, ne additano l’ignominia e ne celebrano la potenza. I riferimenti sono noti: l’incredibile potere economico delle mafie (per alcuni la più grande impresa italiana con 90 miliardi di utile annui), il massimo livello di impunità e corruzione nella gestione politica della cosa pubblica e cosi via per un lungo elenco. Eppure, una ricostruzione meno ortodossa, ci permetterebbe di cogliere evidenti segni di debolezza delle reti locali di potere, ci permetterebbe di rilevare i sintomi regressivi dell’attuale situazione in cui versano.</p>
<p>I deficit di governance sono deficit delle capacità gestionali delle clientele da parte delle reti locali di potere.</p>
<p>Come ai tempi dei “piani” d’industrializzazione, lo stato e i suoi poteri locali produssero uno specifico “sistema meridionale”, nell’attuale stagione finanziaria del capitalismo, la crisi e le politiche europee degli “obiettivi 1”, stanno riscrivendo le nuove gerarchie e funzioni politiche del Mezzogiorno. Già nei primi anni ’90, con la fine dell’intervento straordinario, il sistema clientelare è stato costretto ad innalzare le barriere d’ingresso, le reti locali si sono dovute riorganizzare in molte funzioni e attività, hanno ricalibrato determinate azioni al fine di ridurre le complessità che il nuovo corso presentava.</p>
<p>Se comparato con il Mezzogiorno democristiano &#8211; quando le reti clientelari riuscivano a coniugare interessi locali e nazionali con maggiori garanzie &#8211; quello attuale appare molto più incerto. Possiamo dire che, in periodo di crisi, anche lo  scambio clientelare diviene precario. Il fatto di non avere più una “Cassa” e un sistema di trasferimento collaudato ha generato problemi sconosciuti a chi, formatosi su consolidate pratiche corruttive (atte a sancire il patto di sudditanza), si trova adesso imbrigliato nei vincoli all’utilizzo dei fondi europei per le aree obiettivo 1.</p>
<p>Nell’attuale situazione le reti locali di potere reagiscono simultaneamente a monte e a valle del processo di trasformazione: integrandosi (legalizzandosi) nei circuiti finanziari tramite la circolazione di capitali e ripiegandosi su se stesse nel Mezzogiorno, tramite la riproposizione di tradizionali tecniche di cooptazione, comando, scambio e affiliazione.</p>
<p>L’inchiesta politica deve individuare lo “stato di salute” delle reti locali di potere a partire dai deficit di governance di queste ultime, al fine di cogliere le criticità insite nel sistema di scambio clientelare e su queste intraprendere percorsi politici in grado di accrescerne i malesseri ed accelerarne l’agonia.</p>
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<p>IV La mobilità della forza lavoro è uno dei tratti distintivi del Mezzogiorno globalizzato e neofeudale. Da paese di emigrazione l’Italia è oggi anche patria di immigrati: quasi 5 milioni di residenti, più di 600 mila nel Mezzogiorno. Negli ultimi otto anni sono triplicati in tutta Italia, quadruplicati in alcune regioni del Mezzogiorno come la Calabria (da 9 a 37 ogni 1000 residenti). Ovviamente la realtà, che non contempla solo i residenti, è ben superiore alle statistiche ufficiali. In concreto si tratta di lavoratrici e lavoratori dell’Est europeo, le prime prevalentemente nei servizi di cura e assistenza, i secondi prevalentemente nell’edilizia e nei più diversi servizi del precariato industriale; di lavoratrici e lavoratori del sud est asiatico, anche questi prevalentemente nei servizi di assistenza e cura; di lavoratori cinesi nella manifattura e nel commercio; di lavoratori nord africani nell’agricoltura, super sfruttati nelle campagne alla maniera antica quando era un «bisogno tenerli sempre col piè alla gola, acciocché, mai alzando la lor testa, stiano sicuri di non esser oppressi e malmenati». Le rivolte immigrate di questi ultimi anni segnalano il passaggio globale e neofeudale compiuto dal Mezzogiorno e incentivano, tra l’altro, l’azione politica di gruppi e movimenti. A tal proposito il racconto di Mario, un compagno di Rosarno, è significativo di come «nel 2003 tornò la notte, erano loro ad aver vinto, noi eravamo i comunisti e in quel periodo divenne la peggiore delle offese. Ci chiudemmo nelle nostre case, ci rifugiammo nel privato, nelle nostre attività, vivevamo in apnea… sono stati quegli uomini venuti dall’africa a restituirci il coraggio, la comunità africana ha saputo alzare la testa, è ripartito tutto grazie a loro, nel gennaio del 2010 c’è stata la seconda rivolta poi tanta attenzione sul nostro paese».</p>
<p>Le migrazioni intellettuali di giovani meridionali sono l’altra faccia del Mezzogiorno globalizzato e neofeudale, potremmo dire che sono la conseguenza di soggetti globali in contesti neofeudali. Tra diplomati e laureati ne partono ogni anno all’incirca 50 mila. Molti di questi sono in fuga dalla sudditanza alle reti locali di potere. Il rifiuto dei codici e delle pratiche sociali dei contesti di provenienza è tutt’uno con la scelta di cambiare rotta, di essere indisponibili e dunque di sottrarsi alle relazioni sovrane vigenti . Viste dal Mezzogiorno, i laureati in fuga non generano particolari problemi al mezzogiorno neofeudale: non sono stati espulsi dai contesti di provenienza dopo una stagione conflittuale, sono semplicemente partiti, hanno preferito – di contro al proverbio – di lasciare la strada vecchia per la strada nuova. Dinanzi al rischio di “localizzarsi”, di adattarsi allo stato di cose presenti e rimanere imbrigliati nelle reti locali, i giovani meridionali non hanno avuto alcun dubbio. La fuga dal Mezzogiorno è indotta dal desiderio di un’altra vita e può essere letta anche come diserzione dal comando. Detto ciò è necessario riconoscere, grazie al contributo fondamentale di Serafini e Ferrari Bravo, che «andarsene è si negare la propria forza lavoro al padrone, ma è anche negare se stessi a una possibile organizzazione politica, è affermare la propria disperazione nella possibilità di costruire una forza politica proletaria efficace, chi emigra sono si i più giovani ma anche i più coscienti, i più suscettibili di attività politica e organizzativa. Chi emigra sono i possibili quadri politici, i giovani più dotati di iniziativa e coraggio». Non è un caso che il dibattito è oscillato dall’esaltazione delle potenzialità rivoluzionarie dei giovani meridionali in fuga alla loro responsabilità circa il protrarsi della questione meridionale «e la mancata sovversione dell’ordine delle cose presenti». Dal punto di vista dell’inchiesta politica l’esperienza dei giovani laureati è significativa di un processo di sottrazione, che suggerisce una pratica politica da replicare all’interno dei diversi contesti meridionali: evacuare dalle reti di potere, essere indisponibili ai compromessi clientelari.</p>
<p>Le esperienze dei lavoratori immigrati ed emigrati sono decisive per ridefinire una politica dentro e contro il Mezzogiorno globalizzato e neofeudale. Ovviamente sono esperienze fondamentali anche per l’inchiesta politica che, tra i suoi obiettivi, ha quello di favorire la disobbedienza ai codici locali, l’indisponibilità delle giovani generazioni a lasciarsi localizzare dalle reti di potere.</p>
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		<title>La ricchezza della rete</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 11:47:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di DARIO LOVAGLIO</p>
<p>Il professore e giurista neoliberale di Harvard, Yochai Benkler, il giorno successivo alla chiusura del sito Megaupload spiega sorpreso  e dispiaciuto sul canale <em>Bloomberg Law </em>la straordinaria violenza dell&#8217;operato del FBI e del governo statunitense nei confronti di quest&#8217;impresa.<span id="more-1333"></span> Secondo Benkler sarebbero le imprese che governano il mercato ad ostacolare l&#8217;introduzione delle nuove tecnologie con lo scopo di favorire la stabilità e il controllo come ad esempio fu il <em>Jukebox</em> per la musica a basso costo o il videoregistratore in tempi piú recenti. Proprio rispetto all&#8217;introduzione del videoregistratore spiega come questa tecnologia sia stata oggetto nel 1994 di una battaglia sulla tutela del diritto d&#8217;autore e sulla quale la corte suprema si era pronunciata a favore evidenziando la differenza tra utenti che infrangono le leggi e la tecnonologia non colpevole del suo utilizzo, in questo senso le leggi sul diritto d&#8217;autore servirebbero per per stabilizzare la relazione tra il mercato e lo sviluppo tecnologico bilanciando così la relazione tra forze produttive e rapporti di produzione.<br />
Il giurista spiega questa posizione a partire dal &#8216;desiderio e dalla necessità&#8217; dello sviluppo tecnologico e lo fa comparando il sito Megaupload con YouTube illustrando perché, secondo lui, il popolare sito per la pubblicazione dei video non sia stato preso di mira dal governo statunitense con la medesima aggressività. YouTube, dice il giurista, sarebbe un modello eccessivamente riconosciuto della nuova forma di produzione introdotta dai nuovi media e suppone che una sua possibile chiusura rappresenterebbe un segnale di negazione dello sviluppo tecnologico desiderato e necessario troppo brusco. ll professore di Harvard infatti giustifica l&#8217;arresto senza preavviso del sito Megaupload perchè si tratterebbe di un bersaglio facile per le accusarlo di illegalità della propria attività, cosa molto piú articolata e complessa da dimostrare rispetto ad altri servizi simili come Dropbox o YouTube che analogamente al videoregistratore possono essere utilizzati arbitrariamente in maniera legale o illegale.</p>
<p>Tralasciando le conseguenze materiali di questo sviluppo, che devono essere assolutamente affrontate e che potrebbero essere riassunte nei suicidi e nelle condizioni di lavoro degli operai della Foxconn in Cina, quello che Benkler non ci dice ma ci fa intendere è che la ricchezza della rete si trova al centro della contraddizione interna al capitale il quale per crescere e sopravvivere deve da una parte continuamente imporre delle barriere all&#8217;accesso delle risorse materiali e immateriali mentre dall&#8217;altra ha continuamente bisogno di nutrirsi delle forze progressive della cooperazione sociale. L&#8217;elemento di novità aggiunto nel suo discorso in questa sede infatti non sta nella tutela degli interessi economici dell&#8217;industria dei nuovi media quanto al riconoscimento di una nuova soggettività politica che è emersa in rete, quella cittadinanza attiva che richiede una maggiore libertà di accesso all&#8217;informazione senza infrangere le leggi sull diritto d&#8217;autore e nella tutela degli interessi delle imprese.<br />
In sostanza Benkler applaude la cittadinanza attiva in rete basta che non faccia la rivoluzione. <em>At last but not least</em> tutto l&#8217;intervento sottende una certa simpatia per Megaupload, vittima facile di un freno ineluttabile posto per mantenere la stabilità del mercato. Va infatti ricordato come gia è stato fatto opportunamente in altre sedi che il sito fondato da Kim Schmitz era solo uno dei tanti attori del mercato nella rete  e che non va assolutamente confuso con un baluardo della libertà dell&#8217;informazione martire dell&#8217;avidità delle imprese dell&#8217;industria culturale.</p>
<p>I disegni di legge SOPA (Stop Online Piracy Act) e PIPA (Protect IP Act) presentati al congresso pochi giorni prima della chiusura di Megaupload, che avrebbero favorito le grandi imprese dell&#8217;industria culturale, avevano ricevuto le critiche non solo della comunità di internauti, ma soprattutto da parte di quelle imprese che hanno fatto dell&#8217;attività degli utenti su internet un modello di negozio come Google, Facebook o Amazon. Questa battaglia politica allora non vede in campo la dialettica classica tra soggetti antitetici per obiettivi e interessi, ma vede una vera e propria guerra civile la quale posta in gioco è la conquista e il mantenimento di alcune situazioni di monopolio dell&#8217;economia della rete. Talvolta la cittadinanza alla quale appella Benkler é la stessa che reclama una rete neutrale liquidando in maniera semplicistica il rapporto di forza sia nell&#8217;uso della rete che della proprietà sia dal punto di vista materiale che immateriale. Le due dimensioni nell&#8217;economia della rete non possono mai essere separate, basti pensare che, sia a livello infrastrutturale che a quello applicativo, la produzione della rete si muove sempre parallelamente rispetto ai due ambiti cercando di attirare su di se gli abitanti in un vero e proprio ecosistema, si pensi ad esempio ad Apple con iTunes Store o Google con Android Market. In questa direzione vanno gli investimenti crescenti in servizi ospitati in rete che liberano l&#8217;utente da ingombranti supporti fisici affinchè la gestione dei contenuti sia completamente gestita dalle imprese che allo stesso tempo detengono parte in quantità crescenti della produzione materiale. La strategia adottata per mantenere la fedeltà degli utenti infatti è costituita da veri e propri mercati a basso costo che attraverso i diritti di proprietà e la finanziarizzazione permettono l&#8217;alimentazione del circuito tra i dispositivi e le sue rispettive applicazioni, in questo senso chiamare questo modello capitalismo tecnologico o digitale sarebbe erroneo perchè l&#8217;innovazione tecnologica, ossia l&#8217; applicazione pragmatica della conoscenza per un&#8217;economia di larga scala, non è una parte autosufficiente dell&#8217;economia ma il prodotto più pervasivo della nuova forma di accumulazione.</p>
<p>In questo scenario si sta giocando una partita politica di recente memoria imperiale, la gestione della crisi vede gli Stati Uniti impegnati principalmente su una duplice strategia: da un lato sulla gestione del dollaro e sul recupero del mercato finanziario specialmente centrato nella depressione e dal possibile scioglimento dell&#8217;euro, dall&#8217;altra dal tentativo di regolamentare la rete attraverso diversi dispositivi legislativi extra-governamentali per favorire lo sviluppo de &#8220;la ricchezza della rete&#8221;. Il controllo politico di questa economia é assunto in maniera flessibile e differenziale da soggetti molteplici. Tra i casi piú recenti quello della piattaforma di microblogging Twitter, questa rete sociale come del resto anche le altre, ha deciso di attuare a favore degli stati nazione censurando a livello nazionale alcuni utenti. Questa decisione politica ci fa ragionare sull&#8217; influenza che queste grandi imprese della rete hanno o possono avere rispetto non solo alla composta cittadinanza evocata da Benkler ma soprattutto su quella che abbiamo appreso dalle lotte in Iran al Maghreb, passando per la Spagna, Inghilterra fino ai movimenti Occupy negli Stati Uniti. Imprese della rete e stato sono uniti dalla crisi per salvare l&#8217;economia finanziaria globale e per ricavarne il maggior profitto, con la differenza che mentre la prima diventa una risorsa cruciale per il mercato finanziero la seconda funziona solo come un filtro per rallentarne il collasso. Anche Facebook da pochi giorni é quotato in borsa, una mossa simile a quella che gia altre compagnie del 2.0 come Groupon, Linkedin e Zinga hanno intrapreso da tempo, ma con una notevole differenza: Facebook ha 845 millioni di utenti e sembra aggiungerne milioni ogni mese, ha un&#8217;offerta molto diversificata e un raggiungimento incomparabile grazie alle sue Open Graph e API. Possiamo ipotizzare quindi il passaggio ad una nuova convenzione finanziaria dove é l&#8217;attivitá relazionale ed il suo controllo ad essere oggetto della valorizzazione capitalistica, un&#8217;attivitá redditizia che ci obbliga a riflettere su questo nuovo ordine del discorso.</p>
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