Gli orizzonti perduti del freelancing
di PEPPE ALLEGRI e ROBERTO CICCARELLI
Sergio Bologna e Dario Banfi hanno scritto un libro destinato a durare. La loro inchiesta Vita da freelance. I lavoratori della conoscenza e il loro futuro (Feltrinelli, pp. 278, euro 17) propone alcuni flash sulla genealogia del lavoro indipendente che risale a Sant’Agostino, africano e maestro di retorica freelance, il quale trovò la sua fortuna a Roma e diventò padre della chiesa. Ma questo è soprattutto un libro che parla del futuro del lavoro quando l’uscita dalla crisi non produrrà un’occupazione stabile e il freelancing, inteso come modalità di cooperazione tra lavoratori non subordinati e sapiente ricerca dell’autodeterminazione dei singoli, sarà l’unico modo per vivere, guadagnare e associarsi. Il burocrate sostiene che il knowledge worker (copywriter, ricercatore, consulente informatico o d’impresa, traduttrice, giornalista, formatore e molto altro) vive grazie alla cessione a titolo oneroso delle sue competenze. Con parole più semplici: il lavoratore della conoscenza è un freelance, letteralmente una lancia libera o spada in affitto, un mercenario alla caccia del modo più libero e conveniente per vivere. Baudelaire colse sul nascere questa forma di vita e gli diede il nome di «flânerie». Tra il 1848 e il 1920 è stata questa l’attitudine della bohème europea, estranea se non antagonista all’utilitarismo capitalistico, che finì sotto il sole africano con Rimbaud o rimase seduta nel caffè di Zurigo dove Tristan Tzara insieme a Lenin alimentava i sommovimenti artistici e le rivoluzioni sociali. Tra quei dandy, intellettuali e militanti politici ci fu anche chi riscoprì la fede, maturò una vocazione professionale (in Germania si chiamava «Beruf», «commitment» negli Stati Uniti) e si mise al servizio del mercato. Nell’epoca dell’industrializzazione di massa e della fabbrica centralizzata lavorò come manager, salariato intellettuale o come precario nelle università (prekär, lo definì Weber). Il passaggio da «gentiluomini» a «mercenari», cioè dalla borghesia delle professioni al lavoro autonomo di seconda generazione, non è stato indolore. All’inizio i mercenari dovevano scegliere se diventare mosche del capitale oppure soldati della burocrazia statale. Il lavoro della conoscenza non era più legato alla libera creazione dello spirito, ma al valore di scambio dei saperi, dei linguaggi e delle capacità relazionali. Negli anni Ottanta l’emersione del postfordismo creò un mercato delle professioni indipendenti a disposizione dell’impresa o della pubblica amministrazione. I vecchi poeti cambiarono d’abito e diventarono «professionisti». Avevano appena conquistato la libertà dal lavoro salariato e già scoprivano la nuova alienazione. Nei ruggenti anni Novanta Richard Florida li definì «classe creativa». Erano individualisti e impolitici, finirono per sacrificare le relazioni personali sull’altare del lavoro. La favola della competizione e dell’etica del successo era finita. Oggi, dopo tre anni di crisi, i «creativi» mantengono ancora un orizzonte mentale da ceto medio produttivo, ma vivono in una condizione da working poors che li accomuna ai precari che versano i contributi alla gestione separata dell’Inps e non riceveranno una pensione dignitosa, anche se pagano le stesse tasse di un’impresa. Ormai l’attività professionale non è più una «prestazione conto terzi», ma una dispendiosa quanto sterile prova di sé in una società dove tutti i lavoratori della conoscenza non hanno diritto alla maternità, alla continuità di reddito o a un welfare dignitoso. A New York, come a Milano o a Londra, la vita li ha trasformati in apolidi integrati, cittadini in un mondo dove non hanno cittadinanza. Freelancers doc di generazioni diverse e animatori dell’associazione dei consulenti del terziario avanzato (Acta), Sergio Bologna e Dario Banfi si soffermano sulla parte più qualificata e ad alto valore aggiunto di una platea di lavoratori che, stando ai dati dell’Isfol, nel 2008 coinvolge più di un terzo della forza lavoro italiana tra contratti atipici, a collaborazione o a progetto, stage e tirocini, e non solo partite Iva, professional o colletti bianchi. Con rigore distinguono i «precari», figure in attesa di essere assunte come dipendenti, dai lavoratori che vogliono consolidare un’attività autonoma liberamente scelta. Sono due situazioni diverse che devono essere comprese ciascuna nel proprio contesto, senza però nascondere la possibilità di farle incontrare in una «coalizione». La coalizione è la forma molteplice e flessibile del conflitto che viene. Essa offre un terreno di negoziazione e di pressione sul luogo del lavoro agli autonomi come a tutti coloro che vivono in una zona grigia tra la subordinazione e l’indipendenza (in Italia sono almeno tre milioni). Come l’americana Freelancers Union, fondata da Sara Horowitz con centocinquantamila iscritti, anche in Italia la coalizione sarà uno strumento per tutelare gli interessi dei lavoratori indipendenti, ma soprattutto è una vera opzione politica fondata sui diritti fondamentali delle persone (e non solo degli italiani, visto che i contributi dei migranti finanziano i conti in attivo dell’Inps). Coalizione è anche un modo di ripensare dalle basi la cultura sindacale che, sin dal lontano 1993, ha accettato di sacrificare il lavoro indipendente e le nuove generazioni per mantenere in vita lo status del lavoro stabile e quello della famiglia tradizionale. Fu una scelta che apparve da subito ingiusta, ma sarebbe criminale perpetuarla ancora oggi, quando il 76 per cento delle assunzioni in questo paese avviene con contratto temporaneo e per la stragrande maggioranza dei nuovi assunti il freelancing è l’unica via d’uscita dagli interessi antisociali dell’impresa e da un futuro che lo Stato ha progettato sulla precarietà. Se non vuole soccombere sotto il peso epocale delle sue responsabilità, il sindacato dovrà accettare di stare in una coalizione tra pari con i lavoratori indipendenti auto-organizzati. Anche per questo totem inamovibile è giunta l’ora di chiedere un nuovo, giusto ed equo patto sociale.
* da “il manifesto”, 26 aprile 2011