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Rebel, Rebel

 

di CINZIA ARRUZZA e FELICE MOMETTI

Rebel Rebel, you’ve torn your dress

Rebel Rebel, your face is a mess

Rebel Rebel, how could they know?

David Bowie

5 maggio 2010: migliaia di persone cercano di assaltare il Parlamento. nel corso della manifestazione indetta ad Atene in occasione dello sciopero generale contro le misure di austerità imposte dal FMI, dall’Unione Europea e dal governo. 10 novembre 2010: 50.000 studenti irrompono nella sede dei Tories a Londra, per protestare contro l’aumento vertiginoso delle tasse universitarie. 15 dicembre 2010: le manifestazioni studentesche ad Atene rispondono ai tentativi di provocazione da parte delle forze dell’ordine, scontrandosi per ore con la polizia per le strade della città. 14 dicembre 2010: a Roma, di fronte alle cariche della polizia, anziché disperdersi o indietreggiare, gli studenti decidono di reagire. Non si è trattato dell’iniziativa di piccoli gruppi, non è stata un’accelerazione ingiustificata dell’uso della violenza, non c’è stata sopraffazione della massa degli studenti che avrebbe voluto manifestare pacificamente. Si tratta di qualcosa di diverso: soffia vento di rivolta per l’Europa.

Atene, Londra, Roma: un epicentro che si sposta per l’Europa con una velocità non prevista. Che segnala una soluzione di continuità nei comportamenti, nella composizione, nelle aspirazioni di un settore giovanile che lascia intravedere la nuova possibile classe a venire. La forma di un’azione è parte del suo contenuto. La rivolta di questa nuova generazione tende a occupare il centro di una crisi economica, istituzionale e politica con pochi precedenti. Non vuole prendere parte alla più o meno consensuale ricerca della sua soluzione, ma esacerbarne le contraddizioni sino a renderne impossibile la ricomposizione. Le organizzazioni tradizionali del movimento operaio, nate, proliferate e avviate al declino tra la fine del XIX secolo e gli anni Novanta del XX secolo, non sono solo colpite da questa crisi. Ne sono anche parte attiva e responsabile. Non è più sufficiente, se mai lo è stato, parlare del solito tradimento dei ceti dirigenti burocratizzati, che hanno sacrificato gli interessi della classe che avrebbero dovuto rappresentare sull’altare del proprio tornaconto personale e di casta. Ciò che si è venuto a creare è un autentico corto circuito tra la dinamica di classe e quelle che dovrebbero esserne le organizzazioni sociali e politiche. Un corto circuito fatto di siderale distanza dalla classe, di difficoltà di comprensione delle relazioni tra la classe e il capitale, di conservatorismo delle forme organizzative, delle pratiche e dei contenuti politici, di incapacità di innovazione teorica, di autoreferenzialità della rappresentanza istituzionale. Nella forma del riot trovano espressione al contempo la possibile rottura con una tradizione organizzativa e politica ormai incapace di sostenere il conflitto con il capitale e l’apertura potenziale di un nuovo spazio politico.

Tumulti, riots, rivolte: nella loro esplosione si condensa anche la contraddizione tra la straordinaria ricchezza prodotta socialmente e la miseria delle esistenze quotidiane di una generazione senza prospettive. Tra le incredibili potenzialità del sapere e della ricerca, e la miseria intellettuale e pratica in cui sono confinati studenti e ricercatori. Una miseria fatta non solo di disagio economico, ma anche di mediocrità dei percorsi curriculari imposti dalle riforme, di negazione di libertà e autonomia dello studio e della ricerca, di parcellizzazione, frammentazione, modularizzazione di percorsi di studio e ricerca, che sempre di più prendono le sembianze di un processo produttivo il cui esito è sempre lo stesso: la merce. È stato detto più volte che, a seguito delle riforme europee dell’università, studiare non è più la chiave  che apre la possibilità di cambiamento di status sociale e di vita. L’università cessa di essere uno strumento di mobilità sociale. Questo concetto è espresso generalmente con il grido: “Ci stanno rubando il futuro!”. Ciò di cui studenti e ricercatori precari vengono quotidianamente derubati, tuttavia, non è il loro futuro: è il loro presente. Ciò che è in atto è la sussunzione formale degli istituti e dei processi della formazione pubblica sotto il capitale, imposta attraverso le riforme del processo Bologna e le loro successive applicazioni: il lavoro intellettuale viene sottoposto al dominio capitalistico e gerarchizzato in modo da offrirsi al capitale immediatamente come processo di estorsione di plusvalore. Ciò che viene prefigurato è la sussunzione reale, che porterebbe a compimento uno dei sogni del capitale, di cui si ha traccia nelle sperimentazioni e nella fantasie sul cyber: ridurre il tempo di lavoro intellettuale a tempo di lavoro astratto, meccanizzare laddove è possibile e organizzare direttamente il processo di produzione intellettuale, produrre valori d’uso intellettuali immediatamente nella forma della merce, come valori di scambio. Nell’attesa della realizzazione del sogno visionario del capitale, studenti e ricercatori precari vivono il quotidiano squallore di percorsi di studio e di ricerca che sempre meno sono in grado di conferire un senso alle loro esistenze, e sempre più divengono strumenti di umiliazione e immiserimento delle loro capacità intellettuali. La loro miseria è qui e adesso.

Poche volte come nel caso delle riforme universitarie europee si è assistito a una totale inversione ideologica dei significati e dei significanti: autonomia non è che dipendenza, libertà è subordinazione, abbattimento dei privilegi è erezione del privilegio a legge, lotta ai baroni è lotta al massacro dei ricercatori precari e degli studenti, eccellenza è regno della mediocrità. Di fronte al cortocircuito tra i significanti e i loro significati, il riot ha riportato in piazza e per le strade un senso. Quello dell’unica risposta possibile di fronte alla pervasività dell’appropriazione capitalistica, la rivolta.

I movimenti sono un’unità  di continuità  e di discontinuità: è stato detto più volte. La continuità  affermata nei contenuti di giustizia, democrazia, cambiamento sociale nella discontinuità che si dà nelle forme di espressione, di azione e organizzazione. Si è generalmente pensato che la questione fosse come ridurre l’effervescenza sociale a rappresentanza politica. Si trattava quindi di perseguire quella supposta evoluzione lineare tra il sociale e il politico, che il più delle volte si è tradotta nel disastro di presenze istituzionali avulse sia dalla dimensione sociale che politica. Una storia nota, non più riproducibile. Tanto più oggi in cui la diffusione strisciante di uno stato di eccezione è il contraltare dell’annullamento del welfare state. Il dicembre del 2008 dei giovani greci, l’Onda studentesca italiana, i movimenti europei degli ultimi mesi, il recente autunno francese contro la “riforma delle pensioni” ci consegnano la necessità di andare oltre alla semplice ricerca di una “sponda politica dei movimenti”. Essere prigionieri della convinzione che ogni movimento successivo in fondo non sia altro che l’aggiornamento di quello precedente significa non fare i conti con le soluzioni di continuità, con la crisi.  La crisi attuale, la crisi del presente, non è una crisi in più che andrebbe a sovrapporsi a quelle precedenti. È, per dirla con Marx, il ristabilimento violento dell’unità di momenti indipendenti (la produzione, la circolazione, il consumo di merci e denaro) che poi nella sostanza “sono una sola cosa”.

Diventa quindi necessario  porsi in una prospettiva che consenta di vedere gli odierni movimenti come soglie di trasformazione, cartografie di percorsi futuri in cui non c’è solo rappresentazione di un disagio sociale, ma produzione politica di comportamenti, antagonismi e immaginari che cambiano lo scenario. Si tratta di spostare l’accento da un’astratta ricomposizione politica alla politicizzazione del sociale, pur con tutti i rischi e le difficoltà di un percorso che non può che essere ibrido e accidentato. In altri termini si tratta di assumere a pieno la consapevolezza che i movimenti sociali degli ultimi anni si connotano sempre più come fabbriche della politica e sempre meno come teatri della rappresentazione.

La necessità di un ripensamento profondo del rapporto tra politico e sociale è posta dallo scarto evidente tra la partecipazione alle istanze di discussione, decisione, da un lato, e alle iniziative di piazza, territoriali, di blocco dei luoghi della produzione e dello scambio economico e sociale, dall’altro. Un aspetto che ha accomunato l’esperienza degli studenti italiani e dei lavoratori francesi. Si tratta di una spia che rimanda a un ormai consolidato atteggiamento di delega o piuttosto al comportamento di una composizione sociale e di classe che non si riconosce nelle forme tradizionali di democrazia diretta e però al tempo stesso non ne ha ancora sperimentato e vissuto delle nuove?  Di questo parla il dibattito francese sull’efficacia degli scioperi generali  intesi solo come manifestazioni concentrate nei luoghi simbolici del potere, sulla durata e le forme degli stessi, sul coinvolgimento di soggetti sociali diversi.

La politicizzazione in divenire e la politicizzazione in movimento è interminabile, diceva Derrida. Lo spazio politico aperto dai movimenti europei può rappresentare l’uscita di sicurezza  sia dal labirinto della tragedia dei partiti di sinistra storicamente conosciuti che dal dispotismo dell’opinione.

 

 

 

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