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La bolla universitaria: i prestiti studenteschi sono immorali?

 

di ANDREW ROSS

La schietta discussione sul peso opprimente del debito studentesco è ovunque, tranne che nel posto in cui dovrebbe essere: nei campus universitari. Gli studenti, i professori e gli amministratori sembrano negarlo. Per studenti che non hanno mai dovuto gestire le proprie finanze prima, certamente la grande maggioranza, il silenzio non può sorprendere.
Dopo tutto non sono tenuti a pagare un centesimo sui loro prestiti finché non si laureano, così possono navigare, spesso ciechi di fronte alle conseguenze dei loro debiti crescenti. D’altro canto, presidenti e amministratori dei college hanno buone ragioni per schivare qualsiasi responsabilità sulla conseguente crisi: l’evidenza mostra che sono diventati decisamente più ricchi grazie ai proventi della bolla dell’istruzione superiore. Per quanto riguarda i professori, da molti anni so che il mio stipendio dipende dal sempre più profondo indebitamente dei miei studenti, spesso per decenni a venire. Ma come i miei colleghi ho scelto di non soffermarmi sul problema, una decisione che sembrava giustificata dalla complessiva stagnazione dei salari del corpo docente che prosegue da diverso tempo. Siamo a malapena da biasimare per i costi universitari alle stelle.

Alla New York University (NYU), dove insegno, gli studenti si laureano con il 40% in più di debito rispetto alla media nazionale. Un ex studente mi ha detto che lui e i suoi coetanei hanno formato un “club cento” per raggruppare quelli il cui debito ha raggiunto le sei cifre. Dunque, la questione era sentita da molto tempo quando ho finalmente iniziato a lottare con il problema personalmente. Sapendo che stavano barattando una larga fetta dei loro salari futuri per il diritto a camminare nella mia classe, avevo dei doveri morali aggiuntivi verso i miei studenti? Avrei dovuto condividere le responsabilità, o le colpe, della loro decisione di accumulare prestiti su prestiti? Ero tenuto a intervenire contro gli approfittatori che li soggiogano con alti tassi di interesse?

Quando ho sollevato la questione in classe, nessuno ha voluto parlare. Quando li ho interrogati in privato, due studenti hanno spiegato che il volume dei loro prestiti era fonte di profonda vergogna. In un college costoso erano circondati da coetanei provenienti da famiglie benestanti e temevano lo stigma se avessero parlato della loro condizione di ristrettezza economica. Uno di loro si è scusato per essersi addormentato in classe: aveva preso un secondo lavoro (cosa non atipica di questi tempi) per evitare il carico di ulteriori prestiti. L’altra ha confessato che non voleva macerarsi nel dubbio se il suo sogno formativo fosse un passaggio importante nella sua carriera oppure un pesante fardello finanziario; finché poteva ancora studiare, voleva evitare simili pensieri.

Se gli studenti iscritti hanno buone ragioni per esitare, i loro fratelli maggiori stanno rompendo il silenzio. Alcune delle voci più potenti dei vari Occupy in giro per il paese sono quelle dei laureati sottoccupati con debiti opprimenti, che trovano sollievo in slogan pungenti come “le banche vengono salvate, noi siamo stati messi a esaurimento!”. Mi sono reso conto che tutte le testimonianze sull’agonia personale del debito nelle piazze pubbliche costituivano una sorta di “coming out” per un nuovo movimento politico.

Nonostante la mia ambivalenza, mi sono sentito in dovere di rispondere. Lo scorso novembre ho collaborato a lanciare la campagna Occupy Student Debt, che ha invitato i debitori a impegnarsi a rifiutare i pagamenti dopo che un milione di altre persone avessero firmato. Dal momento che in milioni sono già insolventi in privato, il nostro impegno era semplicemente quello di offrire una via di auto-potenziamento dell’azione e di centrare l’attenzione pubblica sulla questione.

Non è stato facile attrarre persone che assumessero questo impegno, la morale del pagare i debiti contratti è ancora molto radicata nella nostra società; ma nel corso della nostra campagna ho imparato molto sulla psicologia dei debitori. Gli studenti che ho incontrato non pensano ai loro prestiti come a debiti, oppure non hanno consapevolezza di cosa si provi a dover fare pagamenti mensili. Uno ha descritto i propri prestiti come un “hedge” (usando il linguaggio finanziario) o una scommessa contro il futuro. Un altro li ha chiamati “soldi allegri”. Né la maggior parte dei laureati recenti si percepisce “in debito” finché non inizia a precipitare nei pagamenti. (Questo momento di riconoscimento arriva abbastanza presto. Uno scioccante 41% della classe del 2005 o è delinquente o è in default.)

Accumulare pesanti prestiti studenteschi è diventata una forma normalizzata della vita universitaria. Senza dubbio questa piatta routine aiuta ad alleviare il senso di colpa dei funzionari delle ammissioni che sono pagati per rassicurare le matricole sul fatto che i prestiti con alti interessi sono ancora un solido investimento sul loro futuro. Quelli con meno coscienza sono direttamente collusi con i creditori. I genitori, nella maggior parte dei casi, non fanno troppe domande. Sono intimiditi dal prestigio dei college o sono preoccupati di non sgonfiare le aspirazioni dei propri figli. Per quanto riguarda gli stessi mutuatari, la maggior parte non sono abbastanza vecchi da brindare quando si avvicinano – come i creduloni dei mutui subprime – le offerte che non possono rifiutare.

Ugualmente problematici sono i termini dei prestiti. A differenza di quasi ogni altro tipo di debito, i prestiti studenteschi non sono estinguibili attraverso la bancarotta, e alle agenzie di recupero crediti sono concessi poteri straordinari per esigere i pagamenti, incluso il diritto a mettere le mani sui salari, sulle dichiarazioni dei redditi e sulla previdenza sociale. Il mercato dei prestiti cartolarizzati noto come SLABS (Student Loans Asset-Backed Securities) rappresenta più di un quarto del complessivo miliardo di dollari del debito studentesco. Così come per il racket dei subprime, gli SLABS sono spesso venduti insieme ad altri tipi di prestiti e commerciati sui mercati secondari. Con tutto il potere dalla parte dei creditori e degli investitori, non c’è da sorprendersi che i prestiti studenteschi costituiscano uno dei settori più lucrosi dell’industria finanziaria. Per quanto riguarda i prestiti federali, sono offerti a tassi di interesse ingiustificabilmente alti, di gran lunga superiori a quelli con cui il governo prende in prestito denaro.

I laureati delle università private provenienti da famiglie a medio reddito sono i ragazzi-manifesto del debito studentesco. Ma il più grande impatto e i peggiori eccessi del racket del prestito si possono trovare nei livelli a basso reddito del panorama dell’istruzione superiore. Mentre stavo visitando un community college nel sud-ovest degli Stati Uniti un figlio di immigrati mi ha detto che aveva preso una serie di prestiti, su suggerimento dei “consulenti delle ammissioni”, per iscriversi a un college for-profit, solo per scoprire al momento della laurea che l’istituzione non era realmente accreditata. Impossibilitato a trasferire i crediti, ha ricominciato da capo in un’altra istituzione, con un nuovo ciclo di prestiti. Per le famiglie di prima generazione come la sua l’accesso all’informazione è scarsa. Tagliati fuori dalle università pubbliche a causa dei costi crescenti, lui e i suoi coetanei stanno precipitando nel sistema for-profit, dove sono facili prede di loschi funzionari legati a finanziatori corrotti che si rivolgono a mutuatari ad alto rischio. Come risultato di ciò, emerge un profilo razziale famigliare: gli afro-americani sono il gruppo di popolazione più indebitato. Il 27% dei laureati neri nel 2007-2008 ha preso in prestito più di 30.000 dollari a testa per pagare il college, rispetto al 16% dei bianchi, al 14% degli ispanici e al 9% degli asiatici.

Negli anni successivi al crollo finanziario, i debiti delle banche sono ancora stati cancellati, mentre le persone comuni sono tenute a ripagare i propri. In assenza di una riduzione del debito, che il Congresso non vuole prendere in considerazione, chi se lo ritrova sulle spalle ha iniziato a parlare di questo doppio standard, del rifiuto del debito e di organizzare degli scioperi del debito. In simili circostanze la disobbedienza civile può essere la sola vera opzione democratica.

In estate, per promuovere questa opzione, Occupy Wall Street ha indetto una nuova iniziativa di sciopero del debito. Ogni domenica abbiamo fatto delle “assemblee di debitori” nei parchi di New York. In larga misura non strutturate, costituivano inviti aperti a esprimersi. Le folle erano sufficientemente piccole per un’intimità pubblica, e l’atmosfera era al contempo informale ed elettrizzante. É stato straziante ascoltare testimonianze su come il debito blocchi le aspirazioni e forzi a decisioni di cui pentirsi. Molti hanno parlato di depressione, qualcuno di divorzio, altri hanno descritto come il tipo di futuro in cui credevano – possedere una casa, avere un figlio – fosse ora irrimediabilmente senza speranza. I genitori hanno preso parola per tormentarsi delle proprie responsabilità, in quanto garanti, dei prestiti contratti dai figli ora disoccupati. Un’amica attivista ci ha ricordato di una situazione ancora più straziante: avendo contratto una malattia che metteva in pericolo la sua vita, l’amara prospettiva di morire giovane era acuita dalla consapevolezza che i suoi genitori a basso reddito avrebbero ereditato i suoi debiti.

Il fardello del debito è diventato la lente attraverso cui guardare al mio luogo di lavoro e ha rapidamente modificato il punto di vista sulla mia professione. Non posso più svolgere i miei doveri in classe senza chiedermi se il prezzo più alto, per molti dei miei studenti, sia una forma di servitù a contratto. Non è un modo estremo per porre la questione. Dopo tutto, i servi a contratto devono indebitarsi per trovare lavoro e i loro salari sono usati per ripagare i loro debiti. Ho concluso che è immorale aspettarsi che i giovani si indebitino privatamente per finanziare un bene sociale di base come la formazione, specialmente se diciamo loro che un titolo universitario è il loro passaporto per un sostentamento in misura crescente difficoltoso.

Io mi sono formato nel sistema universitario scozzese negli anni ’70. Era gratuito allora, e lo è ancora, come nel caso di molti paesi meno ricchi degli Stati Uniti. Se gli Stati Uniti vogliono avere un qualche ceto medio stabile nel XXI secolo, devono unirsi a quella lista di paesi. Secondo una stima approssimativa servirebbero solo 70 miliardi di dollari del budget federale per coprire i costi delle tasse nei college pubblici. Questa cifra corrisponde alla somma che – secondo un recente audit – il Pentagono perde annualmente in “spese irresponsabili”, una testimonianza di come siano diventate distorte le priorità nazionali.

In una delle mie visite nei campus, una studentessa mi ha detto che suo padre era stato licenziato e la famiglia aveva accumulato ritardo nei pagamenti dei mutui. In quanto garante dei suoi prestiti, il padre aveva usato la copertura dei mutui della casa per pagare alcune delle sue rate del college. Quella fonte di credito era ora chiusa e i bilanci famigliari erano profondamente in rosso. Allo stesso tempo, i suoi genitori avevano dovuto affrontare le spese ospedaliere della nonna. La studentessa aveva preso in considerazione l’abbandono. Invece, ha utilizzato le sue due carte di credito per finanziare la sua laurea, aprendo un’altra porta a cui i creditori avrebbero bussato. Altrettanto rapidamente si sono dissolti i sogni universitari della sorella più piccola, una recente diplomata alla scuola superiore che stava per unirsi alla madre sul libro paga del locale supercentro Walmart per aiutare la famiglia a navigare nella marea.

Precludere ai giovani il futuro è un atto di insensibile durezza e indica un percorso di auto-distruzione per qualsiasi società. Ma permettere ai finanzieri di Wall Street di alimentare la propria categoria è oltre ogni bussola morale, specialmente – e qui parlo come educatore – nel momento in cui la rendita viene estratta da un’attività onesta come la ricerca dell’apprendimento.

* Pubblicato su http://www.thedailybeast.com/articles/2012/09/27/nyu-professor-are-student-loans-immoral.html

 

 

 

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